
Chiisana Hoshi no Aika - L'elegia di una piccola stella
Akio varcò la soglia della stanza con passo elegante, soffermando gli occhi verde intenso sulla figura stesa sul letto a baldacchino che troneggiava nella camera. Sorrise, ed in quell'espressione non c'era nulla di rassicurante: era selvaggia, ferina, pericolosamente magnetica.
"Fratello mio, sei tu?". Una voce impastata dal sonno si levò dalle coltri. Tanto silenzioso che nemmeno pareva appoggiare i piedi sul pavimento di cristallo della stanza, l'uomo si avvicinò al letto e si distese al fianco della giovane donna avvolta nel leggero lenzuolo, che non riusciva a celare del tutto le sue forme eleganti e ben definite e la sua pelle del colore ricco della terra fertile.
"Che succede, mia diletta sorella?", domandò Akio mentre afferrava una ciocca dei lunghi capelli ondulati della ragazza e se la passava con lentezza fra le dita, prima di portarla alle narici ed inalare con voluttà. "Sembra che qualcosa ti turbi, e io non sopporto di vederti così".
Anthy si voltò. I suoi occhi tanto simili ed allo stesso tempo tanto differenti da quelli del fratello erano screziati di lacrime. "Ho fatto un sogno", disse. Respirò profondamente un paio di volte, come se avesse appena smesso di correre e necessitasse di riprendere fiato. "Ti cercavo in tutte le stanze del castello, dalle cantine fino all'osservatorio in cima alla torre. Ti chiamavo a gran voce, piangendo… Ma tu non eri da nessuna parte". La ragazza tese una mano tremante ed afferrò l'immacolata uniforme del fratello all'altezza della spalla. "Era come se tu non esistessi".
Akio tese le lunghe dita affusolate ed accarezzò con dolcezza il viso della sorella. Il sorriso sul suo volto aveva perso tutta la carica minacciosa e cercava di essere il più rassicurante possibile, ma una leggera traccia di malizia continuava a persistere, come un aroma speziato. "Non c'è nulla di cui preoccuparsi, mia adorata sorella", bisbigliò. Il suo respiro aveva il sapore delle fragole e del curry. "Io sono qui accanto a te, così come è sempre stato e come sempre sarà. Non lasciare che degli stupidi incubi turbino il tuo sonno". L'uomo afferrò delicatamente ma con fermezza la mano di Anthy sulla propria spalla e la posò sul petto di lei. "Ora chiudi gli occhi e torna a riposare, però".
La giovane donna socchiuse le palpebre, assumendo un'espressione di sofferta confusione. "N-non credo di riuscirci. Ho paura che se tornassi ad addormentarmi rivivrei le stesso incubo". Il suo respiro si era fatto più pesante e liquido, come se stesse per scoppiare in lacrime. "Ti prego, fratello mio, rimani con me".
Un attimo di silenzio, che gravitò sui due come un piccolo satellite scuro; l'espressione di Akio ebbe un guizzo, ed improvvisamente il suo sorriso fu di nuovo sensuale. Ferino. Pericoloso. "Temevo non me lo avresti mai chiesto, sorella mia".
Avvicinò il suo viso a quello della sorella. In un istante, le labbra di Akio divennero per lei l'intero mondo.
La mattina dopo, Akio si alzò di buon'ora avendo cura di non destare la sorella, che riposava accanto a lui. Vedendola dormire in maniera tanto serena, resistette a fatica alla tentazione di baciarla.
Uscì dalla stanza e discese la lunga scalinata dai gradini del più puro cristallo, mentre osservava attraverso le pareti, ugualmente trasparenti, l'alba che sorgeva sul suo regno. Akio sorrise: come ogni giorno, sulla valle lussureggiante e le colline che la circondavano il sole tornava a splendere fiero, illuminando i tetti delle piccole, dignitose case dei suoi sudditi e i rigogliosi campi che essi coltivavano.
Trascorse l'intera mattinata nel suo studio privato, dove non poteva venire disturbato da alcun domestico, tastando il polso del reame attraverso le sue carte e prendendo tutte le decisioni in suo potere per riuscire a renderlo sempre più bello. I suoi sudditi lo amavano e lo consideravano il Principe più onesto e saggio che li avesse mai governati; lui, dal canto suo, cercava di regnare nella maniera più giusta ed imparziale possibile.
Dopo che mezzogiorno fu scoccato, una piccola campana di cristallo posta sopra la porta dello studio del Principe fece sentire il suo chiacchiericcio argentino, per annunciare che il pranzo era pronto. L'uomo si alzò dalla sua poltrona e fece qualche passo per la stanza per riattivare la circolazione nelle lunghe gambe, inguainate nei pantaloni della sua elegantissima uniforme bianco ghiaccio; poi si diresse verso l'enorme e spaziosa sala da pranzo, dove il lungo tavolo di cristallo era già stato apparecchiato per due. All'altro capo sedeva Anthy, con i lunghi capelli scuri sciolti sulle spalle e sulla schiena ed indosso una vestaglia di seta rossa tanto semplice quanto elegante. Come lo vide arrivare, lo accolse con un sorriso composto, abbassando gli occhi di cristallo verde sulla tovaglia.
Se il popolo amava il Principe, per sua sorella la Principessa aveva una vera e propria adorazione: tutti i cantori del regno declamavano a gran voce la sua avvenenza, la sua dolcezza e le sue altre, innumerevoli virtù. Dal canto suo, Anthy era molto timida e le sue pubbliche apparizioni esigue, tanto che si vociferava con preoccupazione che fosse affetta da un terribile male che l'avrebbe consumata presto. E forse proprio per questo motivo era ancora più amata, come una rosa separata dal suo fusto da un paio di cesoie e posta in un vaso, destinata in breve tempo a sfiorire ma decisa con tutte le sue forze a rimandare il più possibile l'inevitabile.
Una cameriera con i capelli rosati e lo sguardo vacuo servì al Principe e alla Principessa della vellutata di uova ed asparagi e del filetto di salmone al pepe nero, che i due consumarono in quieto e meditativo silenzio. Solo verso la fine del pranzo, quando la serva ebbe ritirato i piatti e posato di fronte ai commensali una piccola coppa con il dolce - un delicato semifreddo alle rose - Anthy si decise a parlare: "Fratello mio... Posso andare nel giardino, questo pomeriggio?".
Akio si prese il tempo di gustare una cucchiaiata di semifreddo prima di rispondere. Semplicemente perfetto, come tutto. "Non è necessario che tu mi chieda ogni volta il permesso, mia diletta sorella. Quel luogo è tuo, l'ho fatto costruire solo per te".
Anthy annuì, timida. "Lo so, ma è... troppo bello e perfetto. Io ho sempre paura di rovinarlo".
Akio si alzò in piedi, fece il giro del tavolo e mise una mano con delicatezza sul volto di lei. "Non preoccuparti. Il fiore più bello e perfetto di questo castello sei tu", disse lui. Il Principe sorrise dentro di sé: quella breve discussione era un rituale che i due recitavano sempre, in maniera inconscia, ogni volta che Anthy dopo pranzo voleva recarsi nel suo roseto, il che accadeva tutti i giorni.
La Principessa fissò ancora per qualche secondo il fratello, poi abbassò lo sguardo sul semifreddo appena toccato. Afferrò il cucchiaio appoggiato accanto alla coppa e terminò il dolce con movimenti meccanici, una bambina troppo cresciuta a cui una madre invisibile avesse ordinato di non avanzare le verdure o non sarebbe potuta uscire a giocare con le amiche. Dopo aver finito di mangiare, la giovane alzò di nuovo gli occhi verso il fratello, senza dire nulla per qualche secondo. "Ora vado nel giardino", annunciò poi, in tono piatto.
Akio le tese una mano, aiutandola ad alzarsi in piedi. "Permettimi di accompagnarti, allora".
Anthy aggrottò la fronte. "Ma i tuoi obblighi?".
Il Principe sorrise. "Posso anche prendermi qualche minuto di pausa. Sono i vantaggi della mia posizione, sai? Inoltre, oggi pomeriggio nessun suddito ha chiesto udienza, dunque non ho particolari impegni".
I due, tenendosi per mano, si diressero verso il cuore del castello di cristallo, dove sorgeva il piccolo, meraviglioso giardino interno. Nelle aiuole squadrate ad arte crescevano rose uniche e portentose, arbusti dal fusto, dalle foglie e dai fiori di cristallo colorato a tinte tenui e delicate; ogni bocciolo, ogni petalo, ogni spina era un'opera d'arte perfetta ed immutabile. Dall'alto, attraverso il tetto trasparente, piovevano i raggi del sole, che colpendo i fiori provocavano fasci di luce iridata che come minuscole aurore boreali andavano a proiettarsi sulle pareti donando a quel luogo straordinario un'aura mistica.
"Grazie per avermi donato questo giardino, fratello mio", disse Anthy, come ogni volta che i due entravano insieme nel sancta sanctorum della Principessa.
"L'ho fatto con piacere", rispose lui. "So quanto ti piacciano le rose". E con un elegante inchino afferrò la mano della sorella e vi depose un bacio. "Bene, ora è il caso che mi congedi. Trascorri un piacevole pomeriggio, sorella mia".
Detto questo, Akio si allontanò ripercorrendo in senso inverso il dedalo di corridoi di cristallo fino a raggiungere di nuovo la sala da pranzo, dove la cameriera dalla chioma rosata stava apaticamente spazzando il pavimento. "Posso disturbarti?", disse avvicinandosi alla ragazza.
Lei sobbalzò, turbata. "Oh… Principe Akio, siete voi! Mi avete fatto prendere uno spavento…". Le mani di lei erano strette con forza sul manico della scopa, tanto che le nocche erano sbiancate.
"Non c'è nulla di cui avere paura", rispose lui con un sorriso. "Ti dispiacerebbe seguirmi un momento? C'è qualcosa che dovrei chiederti".
La ragazza scosse piano la testa. "Devo finire le faccende…", obiettò senza troppa convinzione.
Akio le circondò le spalle con un braccio. "Puoi terminarle più tardi", disse con fermezza.
"Principe Akio, davvero, io…", balbettò la cameriera, il volto cereo.
Con un gesto rapido e violento, Akio la costrinse a sé e le diede un lungo bacio. Poi, appena le loro labbra si furono separate, la sua destra scattò, colpendo con forza la guancia della ragazza. "Principe… Perché?", mormorò lei, portandosi al volto arrossato le mani; lasciò cadere la scopa, che toccando il pavimento produsse un suono acuto. I suoi occhi erano grandi e gonfi di paura.
Proprio ciò che Akio voleva.
Uno scatto fulmineo, e la spinse a terra; un attimo dopo era su di lei. "Perché, dici?", ringhiò in maniera ferina, le pupille strette e le mani ad artiglio. "Perché sei una sgualdrina, ecco perché. E ora avrai ciò che ti spetta".
La possedette con violenza e furia, umiliandola, insultandola e distruggendola. All'inizio lei si lamentò, implorò con voce bassa e spezzata, si divincolò, ma presto smise. Poco dopo, cessò anche di piangere.
Alla fine Akio, con il respiro torrido e pesante ed una smorfia di compiaciuta e selvaggia soddisfazione, si levò in piedi e si sistemò chioma ed uniforme, tornando in pochi istanti impeccabile come sempre. Poi abbassò lo sguardo sulla cameriera, che giaceva raggomitolata su un fianco come una larva priva di vita. "Dimentica", pensò pigramente.
Gli occhi vuoti della ragazza sbatterono un paio di volte e si colmarono di confusione. "Oh, P-principe Akio, io… perché sono sul pavimento?".
L'uomo sorrise, tendendo una mano per aiutarla a levarsi in piedi. "Niente di grave, hai solo avuto un mancamento. A questo proposito, sembri parecchio sciupata: perché non vai a riposarti per qualche ora prima di servire la cena? Puoi anche terminare domani le tue pulizie".
La cameriera si chinò a raccogliere la sua scopa. "Come desidera, Principe Akio. Mi ritiro nella mia stanza, dunque", disse con tono piatto.
Fece per allontanarsi in direzione dell'ala del castello adibita agli alloggi della servitù, quando Akio la bloccò. "Aspetta", disse, e quasi non perse il suo aplomb: lo sguardo che lei per un istante gli rivolse era così pieno di terrore e di consapevolezza da spingerlo a chiedersi se il suo piccolo incantesimo di cancellazione fosse stato inefficace. Ma no, doveva senza dubbio essersi sbagliato, perché ora la fanciulla lo fissava con un misto di timore reverenziale e curiosità.
"Mi dica, Principe Akio".
"Grazie per il tuo quotidiano zelo e per tutto quello che fai per noi", disse lui, esibendo il più carismatico dei volti.
Lei arrossì, ed abbassò gli occhi con aria pudica. "È un onore per me servire lei e la principessa Anthy". Poi rimase lì, in attesa.
"Puoi andare ora", la congedò lui. Lei si voltò in tutta fretta e si diresse verso la sua stanza, quasi inciampando nella scopa che teneva in mano.
Mentre si dirigeva con calma verso il suo studio, Akio rifletté di nuovo per qualche secondo sullo sguardo impaurito che aveva creduto di scorgere negli occhi della serva, prima di concludere in via definitiva che si era trattato solo di un scherzo della sua immaginazione: lei aveva scordato tutto, non c'erano dubbi al riguardo. Provò un nascosto ed infimo piacere nel ripensare al volto disfatto di lei mentre la possedeva e la umiliava.
Fino all'ora di sedersi a tavola Akio sbrigò qualche faccenda di poco conto nel suo studio. Poi gustò una cena leggera e saporita e si recò nel planetario in cima alla torre per osservare le stelle. Quando ve ne scese, si recò in biblioteca per prendere un libro, lo portò in camera propria, poi andò nella stanza di sua sorella e fece l'amore con lei.
Infine, si coricò nel proprio letto, soddisfatto come mai prima, con il volume preziosamente rilegato fra le mani e una luna piena a vegliare su di lui da oltre il soffitto di cristallo. L'ultimo suo pensiero prima di addormentarsi fu "Tutto è perfetto. E tutto resterà perfetto, per sempre".
Il Principe si sbagliava.
Il primo segno del cambiamento avvenne meno di una settimana più tardi, nel cuore della notte. Esattamente come ogni sera, Akio aveva giaciuto con Anthy, secondo un copione che si ripeteva sempre identico: lui entrava in camera sua, lei lo pregava spaventata di fermarsi a consolarla perché aveva sognato che lui non c'era più e lui, ovviamente, la accontentava. Dopo l'amplesso, quando lei si addormentava, a volte lui tornava nelle sue stanze, altre rimaneva. Questa era una di quelle volte.
D'improvviso, però, Akio si svegliò come se anche nel sogno avesse intuito che qualcosa non andava, e si accorse che Anthy non era accanto a lei. Si levò in piedi in silenzio perfetto, mentre il rombo della preoccupazione interiore si faceva sempre più intenso, ed uscì in corridoio a cercare la sua Principessa. Non poteva fare rumore, dato che non aveva alcuna intenzione di coinvolgere nella faccenda i domestici. Si aggirò con circospezione per le stanze al piano superiore; non trovandola da nessuna parte, si decise a scendere la scalinata.
La scorse all'improvviso, la macchia sanguigna della sua vestaglia illuminata dal riverbero della luna piena attraverso le mura del castello. Era china in un angolo, e singhiozzava in modo sommesso.
Lui le si avvicinò con larghe falcate nervose e si inginocchiò accanto a lei, abbracciandola. "Mio dio, Anthy, che stai facendo qui? Quando mi sono svegliato e non ti ho vista la preoccupazione mi stava uccidendo!".
Lei levò gli occhi arrossati, ma non verso il viso di lui. Piuttosto, sembrava guardasse il soffitto. "Non c'è", mormorò, mentre le lacrime continuavano a scendere.
Lui le voltò il capo verso di sé, cercando di attirare la sua attenzione. "Che cosa non c'è?".
Anthy lo fissò come se solo in quel momento si fosse accorta della presenza del fratello. "L'ho cercato dappertutto, ma non si trova da nessuna parte! Sarà da qualche parte, perduto, triste, solo... Come posso fare?"; le sue parole continuavano a suonare come un monologo, ed Akio sentì venire meno la propria pazienza.
"Si può sapere di chi stai parlando?", sussurrò con un tono pericolosamente simile ad un ringhio.
Anthy, però, per nulla intimorita, si strinse a lui e affondò la testa nel suo petto. "Non c'è!", continuava a ripetere. "Chu-chu non c'è!".
Il Principe trasalì, ma sua sorella non parve accorgersene. Come fa a sapere di Chu-chu?, pensò in un momento di lucida furia color bianco. Non dovrebbe nemmeno sapere che quell'orrido lemure esiste!
"Forza, torniamo a letto", le disse invece nel tono più dolce che gli riuscì di produrre. Le fece passare un braccio sotto alle ginocchia e la sollevò. Era incredibilmente leggera, come una bambina. "Sono sicuro che quando ti sveglierai domani mattina sarà tutto a posto".
Ancora prima di arrivare in cima alla scalinata, lei si era già addormentata.
Il pomeriggio successivo, mentre Anthy era nel suo giardino di cristallo, violentò la cameriera con molta più rabbia rispetto al normale. Quando ebbe terminato l'atto sessuale, Akio ingiunse al corpo steso a terra di dimenticare tutto; tuttavia esso non si mosse per qualche secondo, tanto che il Principe temette di essere andato troppo oltre. Poi, però, le mani della cameriera ebbero delle contrazioni convulse, e una decina di secondi dopo la ragazza si era levata in piedi con scatti meccanici. Le braccia fasciate dalla sobria uniforme nera erano abbandonate lungo i fianchi in posa scimmiesca, la sua bocca aveva una smorfia innaturale e uno dei suoi occhi era solo mezzo aperto. Fissava avanti a sé senza muoversi o parlare. Pareva che perfino non respirasse nemmeno.
Akio, allora, passò una mano davanti a lei, ed il viso della fanciulla riassunse un'espressione normale, sebbene vacua. "C-cosa…".
"Perché non ti prendi il resto della giornata libero, mh?", disse lui in tono secco. La sola idea di averla ancora davanti agli occhi lo disgustava nell'intimo. "Sembri stanca, puoi riprendere il tuo lavoro domani". Lei si voltò verso Akio, annuì con lentezza e si allontanò con passo traballante, borbottando frasi sconnesse.
Quella sera, dopo il sesso, Akio domandò alla sorella se il nome Chu-chu le dicesse nulla.
"No, mai sentito", rispose lei, aggrottando la fronte.
Akio sorrise, mentre adagiava la testa sul cuscino.
"Che c'è, Anthy? Il semifreddo alle rose non è forse di tuo gusto?", domandò Akio vedendo che la sorella non si decideva ad affondare il cucchiaino nel dolce.
"No, non è questo. È che devo dirti una cosa, fratello", disse lei, appoggiando la posata a lato della coppa. Le mani le tremavano leggermente.
Lui sorrise ed annuì comprensivo. "Se è per il giardino, sai che…".
"Non si tratta di quello", rispose lei. "Riguarda la mia cameriera".
Akio riuscì a mantenere un ineccepibile self-control. "Oh, quella cara ragazza. Che cosa la disturba?".
Anthy abbassò gli occhi di scatto, rifuggendo il contatto visivo con fratello. "Dice… dice che da qualche tempo fa dei sogni. Brutti sogni".
"Tutti ne facciamo", replicò lui, in tono leggero. Tu ne fai uno tutte le notti, per esempio. E io sono lì per consolarti, aggiunse dentro di sé.
"Già", rispose Anthy. Per qualche secondo non aggiunse altro, ed Akio pensò che la sua osservazione fosse da sola bastata a dissuaderla dal continuare; poi, però, le sue belle labbra si dischiusero nuovamente. "Dice che c'è un uomo, in quei sogni. Le fa delle cose orribili".
"E io che posso…", iniziò lui, ma lei lo interruppe.
"Promettimi di non punirla, indipendentemente da quanto dirò", disse lei. Si mordeva le labbra con le perle dei denti, e sembrava sull'orlo del pianto. Come qualche giorno prima, quando cercava disperatamente una scimmietta che non aveva mai visto.
Akio si rabbuiò. "Lo prometto, ma non vedo cosa…".
Lei lo bloccò di nuovo. "Dice che sei tu, quell'uomo". La Principessa rialzò finalmente lo sguardo. "Fratello mio, guardami: le hai mai fatto qualcosa?".
L'espressione di lui era indecifrabile. Dopo la furia con cui la settimana prima aveva quasi creduto di ucciderla, si era contenuto con lei; è vero, aveva continuato ad abusare del suo corpo e del suo animo ogni pomeriggio, ma non l'aveva trattata peggio di quanto diceva di solito. Ed ogni volta le aveva ingiunto di dimenticare ogni cosa. "No", rispose alla fine; la sua voce suonava come l'epitome della sincerità. "Non ho motivo di fare alcunché a quella cara ragazza, che ci serve tanto fedelmente".
Sua sorella lo fissò per qualche secondo; anche il viso di lei era impossibile da comprendere. Sembrava un busto della regina Nefertiti, il che era normale, giacché lei l'aveva interpretata millenni prima. "La bella è qui", significava il suo nome. Ed era assolutamente vero.
"Se sei tu a dirlo, ti credo", rispose lei infine. La sua voce suonò neutra, priva di qualunque inflessione. Si alzò da tavola. "Vado nel mio giardino, ora, se non ti dispiace".
Quando lei era ormai già giunta alla porta, Akio riuscì a ritrovare la voce. "Non finisci il tuo dolce?".
Lei si voltò, sul volto la stessa ieratica incomprensibilità. "Non ne ho proprio voglia, oggi". E se ne andò.
"Non è da te", disse il Principe ad una stanza vuota.
Quella stessa notte, Akio scese dalla torre del planetario. Il suo viso era cupo e pensieroso, mentre rifletteva sullo strano comportamento della sorella durante il pranzo. C'era da dire che quando si erano rivisti a cena Anthy aveva mantenuto il suo usuale contegno modesto e malinconico, e perfino la cameriera era stata vacua ed impersonale come suo solito. Poteva benissimo essere che non ci fosse nulla di cui preoccuparsi, però…
Il Principe si raggelò. Aveva svoltato nel corridoio della stanza di Anthy, e dalla porta venivano delle risate femminili, acute ed argentine. Risate emesse da più di una persona. Avvicinandosi piano, con circospezione, Akio poté vedere attraverso le pareti di cristallo che c'erano due persone sedute sul letto. Senza farsi notare, arrivò fino al vano della porta, dove aspettò a braccia incrociate che una delle due lo notasse.
Fu la serva a vederlo per prima. La risata che sgorgava dalla sua bocca si spense in un gorgoglio spezzato, e i suoi occhi azzurri e brillanti ritornarono ad essere spenti e vuoti. Senza dire una parola corse fuori dalla stanza, oltrepassò Akio e si lanciò giù per il corridoio, verso il piano sottostante e l'ala della servitù.
Anthy fissò perplessa il fratello. "Oh…", fu tutto quello che disse.
"Perché era qui?", domandò lui. Il suo tono era tanto freddo che il cristallo che lo circondava avrebbe potuto tramutarsi in ghiaccio.
La Principessa assunse un'aria colpevole. "Lei… Lei… L'ho chiamata io, qui. Volevo consolarla, dirle che va tutto bene e che non deve preoccuparsi per degli sciocchi incubi".
Lui le si avvicinò, posandole una mano sulla spalla e stringendo quel tanto che bastava per risultare minaccioso. "Non mentirmi, Anthy. Stavate ridendo di me, non è vero?".
Lei voltò lo sguardo verso la testata del letto. "No", rispose. Suonava sincera, ciò nondimeno non sembrava intenzionata a guardare il fratello negli occhi. "Non potremmo mai fare una cosa del genere: tu sei mio fratello, e sei la persona a cui tengo di più. Quanto a lei, ci serve in maniera fedele, e ci è affezionata. Cercavo solo... di tirarla su di morale, ecco tutto".
Akio cerco di abbozzare un sorriso convincente. "Bene. Mi fido delle tue parole, mia adorata sorella". Le prese una mano e cercò di farla stendere sul letto, ma incontrò una resistenza. "Sorella, che c'è? Sembri tesa".
Anthy continuava a fissare la testata del letto come se ne andasse della sua vita. "Sai, Akio... Ci ho pensato. Non mi sembra giusto, quello che facciamo tu ed io. Non sono cose che un fratello ed una sorella dovrebbero fare".
Lui ridacchiò, tradendo il suo nervosismo. "Non essere sciocca, Anthy. Siamo anche un Principe ed una Principessa, o sbaglio?".
Tentò di nuovo di convincerla a sdraiarsi, ma lei si impuntò di nuovo. "No", rispose semplicemente lei. "Non stasera. Voglio rimanere da sola". Finalmente, per un attimo, alzò gli occhi. "Mi dispiace, fratello".
Akio era distratto. Non prestava attenzione al gustoso filetto di salmone nel suo piatto, ma teneva gli occhi rivolti verso il soffitto di cristallo, verso il cielo. C'era qualcosa che non andava, lassù, e qualche secondo dopo comprese perché: una piccola nuvola grigia, come un bioccolo di cotone polveroso, cercava di mettersi davanti al sole e coprirlo. Ma questo non era possibile: sopra il suo regno tutte le giornate erano perfettamente serene. Abbassò gli occhi sulla sorella, cercando un'ancora di sicurezza alla sua realtà; lei lo fissava con sguardo penetrante. Il salmone nel suo piatto non era nemmeno stato toccato.
"Non mangi, sorella mia?", chiese lui. D'improvviso, provava un'irrazionale paura per ciò che lei avrebbe potuto rispondere a quel semplice quesito.
"Sai", fece lei, con una voce annoiata e sottilmente maliziosa che non le aveva mai sentito usare. "Non ho proprio voglia di salmone. Mi sembra di mangiare ogni giorno le stesse cose". Si protese in avanti, socchiudendo gli occhi in uno sguardo sottile e furbo. "Tu non hai questa sensazione?".
Lei sa!, pensò lui per un attimo. Ma no, è assurdo anche solo credere che una cosa del genere possa accadere. Lei è mia, come tutto qui. Non può saperlo. "Se non ti va posso farti servire qualcos'altro", rispose poi, concedendole un sorriso.
Lei si levò in piedi di scatto, quasi con stizza. "Tanto non ho comunque più fame. Andrò a fare un giro per il castello, ora".
Lui la guardò sbalordito. "Non vai nel tuo giardino?".
Anthy sollevò lo sguardo. "Quello non è il mio giardino. È il giardino che tu hai fatto costruire per me. È costruito sui tuoi gusti, non sui miei".
"Che cos'ha che non va?", chiese lui, alzandosi dal tavolo. Le nubi, in alto, andavano addensandosi.
C'era qualcosa di insolito, nei bellissimi occhi verdi di lei. Pena, forse. "Non è un vero giardino, ecco cosa. Quelle rose sono finte; non serve bagnarle, potarle, non si possono cogliere. Sono lì, e basta; dunque non le si può considerare delle vere rose".
Akio strinse i pugni. Provava una voglia di rovinare il bel viso della sorella quasi incontenibile. "Ma io l'ho fatto per te!", gridò. "Volevo regalarti qualcosa di meraviglioso ed eterno".
Lei gli si avvicinò. Non sembrava aver paura di lui. Non più. "Il bello delle rose non sta nel fatto che durino per sempre", spiegò lei, con voce calma ma allo stesso tempo roca e seducente. "Anzi, è proprio il contrario: se cogli una rosa, essa sfiorirà; ma sarà ancora più bella proprio perché la sua bellezza è destinata a spegnersi. Quelle del giardino sono un semplice surrogato malriuscito". E senza aggiungere altro, voltò le spalle al fratello e si incamminò verso la scalinata, diretta al piano superiore.
Il Principe rimase immobile per parecchi minuti, fissando il punto che fino a poco prima era stato occupato dalla sagoma in rosso della sua Principessa. Le nubi continuavano a formarsi, nere e catramose, e si stava anche alzando il vento; poteva sentire il cristallo vibrare, producendo un suono acuto e continuo.
All'improvviso, Akio seppe cosa fare. Come se da questo dipendesse la sua intera esistenza, si lanciò in una corsa sfrenata verso le scale.
Lei era esattamente dove aveva immaginato che fosse.
Era seduta sul letto della Principessa. Accanto a lei, la semplice uniforme nera era piegata con cura e posata sulle coltri; la chioma rosata, di solito trattenuta in una rigida crocchia, era stata lasciata libera di distendersi in tutta la sua affascinante e mutevole lunghezza. Il sorriso sul suo volto e nei suoi occhi azzurri aveva una malizia infinitamente più grande di quella espressa poco prima da Anthy.
"Ti stavo aspettando", disse lei.
"Utena", rispose lui, chiamandola per la prima volta per nome.
Lei rise, e quel suono argentino e spontaneo feri le orecchie di lui come se vi avessero affondato delle lame di cristallo. Si stese sul letto, gettando a terra l'ormai inutile divisa e mettendo in mostra ogni curva, ogni centimetro della sua femminilità. "Si dice che ad ogni azione corrisponda una reazione uguale e contraria", iniziò lei, tormentandosi con le dita una ciocca di capelli. Lui la fissava, immobile. "Hai tentato così tante volte e con così tanta intensità di farmi dimenticare il fatto che mi scopavi, che alla fine mi sono ricordata tutto. Non solo il sesso, sai. Tutto".
"Tu non sai ciò che dici", fece lui. Non poteva permettere che lei lo mettesse con le spalle al muro, quindi rimase fermo, all'apparenza calmo e concentrato sebbene visibilmente furioso. "Io ti ho voluta qui, scegliendoti da uno dei villaggi, esattamente come per tutti gli altri domestici del castello. E se voglio posso benissimo mandarti via, cosa che potrei fare già solo per il fatto che ti stai comportando in maniera disdicevole nel letto di mia sorella".
Utena si levò in piedi; non pareva provare nessuna vergogna della propria nudità. Si avvicinò ad Akio e gli posò un indice sulle labbra. Lui tirò indietro il volto, come se a toccarlo fosse stato un insetto viscido e ributtante. "E, dimmi", proseguì lei. "Quand'è l'ultima volta che avresti visto un domestico che non sia io nel castello. Anzi, quand'è stato che uno dei tuoi sudditi è venuto a chiederti udienza? O che tu o Anthy avete messo un piede fuori dal castello? In realtà questo non è un palazzo, vero? È una prigione, una gabbia bellissima che ti sei costruito intorno, ma pur sempre una gabbia". La ragazza nuda scoppiò a ridere. Non c'era molta allegria, in quel suono. Ma la consapevolezza e la vendetta vi proliferavano abbondantemente. "Davvero stupido, da parte tua, vero? Predicavi la rottura del guscio del mondo da parte del pulcino, ed ecco che invece il guscio te lo sei costruito da solo. Davvero patetico".
Le labbra di Akio si muovevano, ma nessun suono riusciva ad uscirne. Provò a sollevare un braccio, ma il suo cervello si rifiutava di trasmettere i segnali nervosi necessari. Era come se il suo tempo soggettivo si fosse arrestato, mentre la fanciulla davanti a lui lo fissava con aria maliziosa e definitiva e continuava a parlare, a parlare, a parlare. "Ma non ti sei limitato a creare una gabbia; ovviamente, dovevi metterci anche degli uccellini, che cantassero per te e ti tenessero allegro". Un'altra risata, più cupa della precedente. "Povero, piccolo Demiurgo. Hai provato a creare qualcosa da solo, vero? Ma senza la tua compagna, che cosa potevi fare? Ci hai dato una forma, ci hai imposto delle memorie e dei caratteri… Ma siamo carne della tua carne, in fin dei conti, dato che tu non sei in grado di pensare ad altri che a te stesso. Ci hai riflettuto? Ogni volta che scopavi me o il fantoccio che chiamavi sorella in realtà era una forma molto particolare e perversa di masturbazione. Piuttosto disturbante, non trovi?"
Akio non se ne rese nemmeno conto. Un attimo prima era immobile, paralizzato dalla disfatta. E l'istante dopo, le sue mani stringevano il collo della ragazza in una morsa implacabile. Si sentiva potente, sicuro, invincibile; come immaginava dovesse sentirsi una pantera adulta con un'antilope o un cucciolo di scimmia fra le zampe artigliate.
Lei iniziò a rantolare, cercando l'aria. Ma l'aria di sfida nei suoi occhi non si spense. Riuscì perfino ad abbozzare un sorrisetto di scherno, mentre moriva.
"Volevi sapere che cos'è l'eternità?", ringhiò lui, trionfante. "Bene. Eccola qui".
Fu solo quando la sera era scesa, che Akio uscì dalla stanza; aveva passato le ore successive all'uccisione della sua creazione a pensare a come sarebbe stata la sua vita ora che nel castello c'erano solo lui ed Anthy.
Creare un fantoccio dalle fattezze di Utena era stato davvero un errore, pensava. Era stato un gesto puerile, dettato da un patetico desiderio di rivalsa. Ma ora che lei non c'era più, lui e la sua Principessa sarebbero stati felici per sempre, e lei avrebbe osservato tutti i pomeriggi le immutabili rose del suo giardino protetto e sarebbe stata felice e si sarebbero amati come avevano sempre fatto…
Anthy era in cima alla scalinata. Piangeva, gridando il nome di Utena. Lui le si avvicinò e la abbraccio, ma lei rimase rigida ed immobile, come una bambola di cera. Continuava a singhiozzare.
"Ora siamo rimasti solo tu ed io, mia adorata sorella", le disse lui, tentando di consolarla.
"Utena, dove sei?", mormorò lei, in risposta. Sembrava nemmeno l'avesse sentito. "Dio mio, è morta? L'hanno uccisa, vero?".
Lui iniziò a scuoterla, con rabbia. "Sì, l'ho uccisa!", gridò. "E allora? Era solo una bambola inutile, un fantoccio senza nessuna utilità. Ma noi due siamo veri, e vivremo per sempre in questo castello meraviglioso, solo tu ed io!".
Anthy si staccò da lui, indietreggiando di un paio di passi. Sembrava confusa. "Che cosa?", domandò.
"Saremo sempre insieme, niente ci potrà separare!". Akio aveva gli occhi dilatati, e respirava pesantemente. Sembrava rapito dalla visione di un eterno ed immutabile domani. "Ho costruito questo castello per noi due, e nessuno potrà disturbare la vita perfetta del Principe e della Principessa. Saremo soli, tu ed io!".
Lei lo fissò. I suoi occhi erano incredibilmente belli e incredibilmente verdi e incredibilmente vuoti. "Tu? Tu non esisti".
Akio non seppe mai come andarono le cose, se era stata Anthy a lasciarsi cadere all'indietro o se in un momento di straniamento era stato lui a spingerla. Con un urlo disperato, si lanciò giù dalle scale, rischiando di inciampare anche lui; ma era troppo tardi. La sua Principessa giaceva a terra, gli occhi spalancati e per sempre svuotati e il collo piegato in un angolazione innaturale.
In silenzio, ora, il Principe afferrò il corpo della sorella, dell'amante, della principessa, e lo strinse a sé, piangendo. Ed in quell'attimo, tutto intorno a lui, il castello di cristallo iniziò ad andare in frantumi. La torre del planetario collassò su se stessa, portandosi dietro nella rovinosa caduta il piano superiore. Gli scaffali della biblioteca crollarono, disperdendo pagine strappate e frammenti di rilegatura. Nel giardino interno, le rose esplosero come minuscole granate dai colori dell'arcobaleno.
E quando le pareti furono cadute in pezzi, la valle lussureggiante del regno del Principe e della Principessa era scomparsa, sostituita da un arido deserto che odorava di sale, di ferro e di lacrime.
E la luna in cielo non era piena e benigna, ma una sottilissima falce, affilata e crudele. Ben presto, però, anche l'ultima porzione visibile della volta stellata fu soffocata da una cappa di nuvole, che giunsero veloci da ogni lato per osservare come iene ad un banchetto di leoni la scena di distruzione e disfatta.
Akio continuò a stringere un corpo vuoto piangendo per lungo, lungo tempo.
Qualche minuto dopo iniziò a piovere.