
“Sventola, Gustavo, sventola” sospirava donna Patrizia de’ Tiberini abbandonata sul divano.
Ogni tanto sollevava gli occhi al cielo, come se stesse attendendo che da un momento all’altro la misericordia divina si posasse sul suo capo per alleviare le sue sofferenze.
“Vediamo un po’ di fare chiarezza, marchesa” aveva esordito Giovanni Tozzini, leggermente annoiato da quella pantomima che andava avanti ormai da ore. Svenimento, aria, svenimento, sali, svenimento, aria. Se la signora fosse riuscita a tenersi in piedi il tempo necessario per riuscire a completare una frase di senso compiuto avrebbero già risolto quella spinosa questione da un pezzo.
“Mi stava dicendo che la prima a vederlo è stata la cuoca, poi il giardiniere, e infine lei.”
“E la bambina!” La signora aveva sollevato la testa. Poi aveva rivolto uno sguardo supplice al fedele Gustavo che, impassibile, continuava a farle aria.
Giovanni aveva spostato gli occhi sul marchese, che fumava il suo sigaro in un angolo del salotto e di quando in quando si lisciava i mustacchi rossicci. “E lei, signor marchese?” aveva chiesto.
L’uomo aveva borbottato qualcosa che poteva essere interpretato come: “Io non ho visto niente di niente. Che caldo che fa oggi.”
Giovanni aveva rimuginato per un po’. Era stato mandato lì dal segretario del Santo Padre non appena si era sparsa la voce che la residenza di campagna dei Tiberini, dalle parti di Olevano era infestata dai fantasmi. Al Papa Re e ai suoi cardinali non piacevano storie di quel genere. Avevano già abbastanza da fare per tenere a bada i gruppetti di ribelli che inneggiavano alla liberazione e all’Italia unita. Ci mancava solo che qualche raccontino macabro fornisse nuovo materiale ai poetastri clandestini che imbrattavano i muri di Roma con i loro versi velenosi diretti a clero e nobiltà.
“E lei è certa, signora marchesa, che si trattasse di uno spettro? Potrebbe essere semplicemente…”
“È passato attraverso il muro!” aveva ringhiato la donna, tirando fuori una vitalità sorprendente per una persona afflitta da tutti i suoi mali. “E brillava come se fosse stato… una grossa candela.” La marchesa aveva emesso un lungo sospiro, poi era riuscita da alzarsi. “Venga” aveva detto a Giovanni. “Le farò vedere che aspetto aveva quella creatura del demonio.”
XXX
“I nostri cugini, i Conti di Valdonata.”
Donna Patrizia lo aveva introdotto in un ampio salone dove, sulla parete di fondo faceva bella mostra di sé un ritratto di famiglia.
“Sono tutti morti in un incendio, due anni fa, pace all’anima loro” aveva detto la marchesa, segnandosi. “Poveretti. Non sono riusciti a mettersi in salvo. L’ala del castello in cui sono divampate le fiamme l’abbiamo fatta restaurare, ovviamente, quando la proprietà è passata a noi. Ma sono certa che quell’essere demoniaco ora voglia mandarci via. Eccolo… eccolo là.” La donna aveva indicato uno dei soggetti ritratti schermandosi gli occhi con una mano come a volersi proteggere dalle fiamme dell’inferno.
Giovanni Tozzini si era aggiustato gli occhiali sul naso e aveva osservato il quadro più da vicino. “Signora,” aveva iniziato poi, tentando di mostrarsi paziente. “Non voglio mettere in dubbio le sue parole. Ma vorrei che lei capisse che le circostanze sono tali…”
“Era lui” aveva strillato la marchesa. “Era il suo spettro, che Iddio ci assista!”
“Sempre sia lodato” aveva ripetuto Giovanni meccanicamente.
“Era fermo lì, proprio dove si trova lei ora. Poi mi ha vista ed è sparito attraverso la parete. È stato orribile!” La donna si era guardata intorno alla ricerca della prima sedia disponibile sulla quale perdere di nuovo i sensi. Poi aveva evidentemente rinunciato ai suoi propositi quando si era resa conto che il sostegno più vicino era un tavolo tre metri più in là.
“Se non le spiace vorrei interrogare la cuoca” aveva detto Giovanni.
Poi aveva tirato fuori il suo orologio da taschino rendendosi conto che ormai avrebbe dovuto fermarsi per cena e che tanto valeva dare un’occhiata alle cucine.
XXX
Zac!
Un colpo netto e la testa dell’orata era schizzata via. Violenta e infuriata, Assunta Giannotti si accaniva contro il pesce, non potendo sfogare la sua furia contro quello che chiamava ‘orribile demonio’.
Giovanni si stava interrogando da quando era entrato in cucina, ma il quesito che lo stava logorando al momento non aveva ancora trovato una risposta soddisfacente. Pesce arrosto o zuppa all’acquapazza?
Si era sfiorato lo stomaco, sperando che non si mettesse a brontolare. Per un servo della Santa Sede, manifestare certe esigenze così materiali non sarebbe stato davvero appropriato.
“Ha fame, per caso?” aveva chiesto Assunta con un’occhiataccia. “Guardi che qua non si mangia mai prima delle sette, lo sa?”
Giovanni aveva deciso che era venuto il momento di tornare a parlare di cose importanti. O almeno di ciò che i marchesi de’ Tiberini consideravano una cosa importante. Lui, seppur conscio dell’importanza del proprio ruolo nella soluzione del mistero, non riusciva a prendere seriamente tutta quella faccenda.
“Mi stava dicendo che il fantasma le è apparso proprio qui nelle cucine… L’ha visto solo lei?”
La donna aveva annuito decisamente, poi aveva calato di nuovo la mannaia.
Zac!
La testa di un’altra orata era volata in aria. Giovanni l’aveva schivata d’istinto ma quella gli aveva comunque sfiorato una guancia. “Che violenza… e che schifo…” aveva bisbigliato.
“Era lì, fermo immobile.” La donna aveva sollevato il mento ad indicare un angolo nel quale erano accatastate delle forme di pecorino. “E mi guardava fisso. Aveva gli occhi di brace e sprizzavano tanto di quell’odio… Ah, lei non sa quanto odio sprizzavano quegli occhi di brace. E io ho urlato ‘Gesù, Giuseppe e Maria!’ E mi sono fatta il segno della croce. Ma quello non è mica sparito, sa? È rimasto lì a sogghignare sotto quegli orribili baffi!”
Giovanni si era grattato il mento, pensieroso. “Ho capito bene? Sogghignava? Ne è sicura?”
Assunta aveva annuito di nuovo.
ZAC!
Stavolta la testa dell’orata era semplicemente rotolata sul piano di lavoro.
“Solo dopo… Solo dopo ha deciso di andarsene. Ed è passato attraverso la parete. Proprio lì, nell’angolo.”
Giovanni si era avvicinato in modo circospetto al luogo dell’orrido avvenimento e aveva scrutato e annusato i formaggi. “È sparito attraverso il pecorino?” aveva chiesto tornando a guardare la donna.
Stavolta lei aveva scosso la testa. “No. Il pecorino ce l’ho fatto mettere dopo con la speranza che la puzza lo tenesse lontano.”
Giovanni aveva sgraffignato un’oliva da una ciotola che aveva trovato a portata di mano e se l’era infilata in bocca. “E ha funzionato?” aveva chiesto masticando.
“Macché” gli aveva risposto la cuoca. “Io non l’ho più visto, ma sono sicura che non ha mica finito con le visitine, lo sa? Quello mi fa sparire sempre il latte fresco. Non tanto. Giusto una tazza al giorno. Ma io me ne accorgo lo stesso.
“Latte…” aveva borbottato Giovanni infilandosi in tasca il nocciolo dell’oliva. Doveva ancora sentire il giardiniere, ma sapeva che la soluzione, semplice e concreta, gliel’avrebbe fornita madamigella Teresina.
XXX
Il sole stava andando giù in fretta e Attilio Speranza stava mettendo via i suoi attrezzi quando Giovanni aveva iniziato a interrogarlo. L’uomo, corpulento ed ombroso, continuava a guardarlo in cagnesco. Ogni tanto diceva qualcosa di poco gradevole riferendosi alle ‘tonache’, ma Giovanni non aveva davvero tempo per farsi impressionare. Perché l’uomo gli stava dicendo proprio quello che lui aveva sperato.
“Ma quale fantasma. L’ho visto, certo. Ma se quello era un fantasma io sono un cardinale con la sottana rossa e tutto il resto.” Attilio Speranza non si faceva scrupolo nel mostrare apertamente il proprio astio nei confronti della Chiesa, neanche di fronte a lui che era stato mandato lì proprio dalla polizia per chiarire, per sfatare del tutto per la precisione, la bizzarra teoria che potesse esserci qualcosa a questo mondo che non trovasse posto né fra le fiamme dell’Inferno ne tra i Santi e i Beati del Paradiso.
“È gente di città” era andato avanti Attilio. “Non sanno come vanno le cose quaggiù. Qua intorno è tutta campagna. E c’è di tutto: briganti, malfattori, amanti clandestini, bestie, lupi, gatti randagi. Ma di fantasmi non ce n’è. Probabilmente fa schifo pure a loro quello che è diventata Roma. Quando chi dico io se ne sarà andato, allora forse torneranno e faranno un bel pandemonio per festeggiare.”
Giovanni l’aveva osservato perplesso chiedendosi se stesse scherzando. Ci voleva proprio una grande incoscienza per pronunciare frasi simili ad alta voce. Ma per il momento lui non aveva tempo di occuparsi della faccenda.
“Sì, mi sembra un discorso sensato” aveva risposto, poi aveva deciso che fosse il caso di essere più specifico. “Quello sul fantasma che non è un fantasma, intendo. Non quello sui prelati e lo schifo.”
Attilio gli aveva regalato una risata roca, poi aveva voltato la testa e aveva sputato. “L’ha assaggiato il nostro bianco?” aveva chiesto guardandolo con l’aria di chi la sa lunga. “Se ne faccia offrire un bicchiere. Capirà subito dov’è che i signori vedono i fantasmi.”
XXX
La signorina Teresina Adelaide Camilla de’ Tiberini assomigliava in piccolo a sua madre. Stessa faccia imbronciata, stessa pelle olivastra, stessi capelli scuri e un po’ crespi, stessa aria spigolosa.
La marchesa gli aveva concesso solo pochi minuti per parlare con lei senza la presenza della bambinaia, una ragazza graziosa e dall’aria quasi monacale che rispondeva al nome di Antonietta.
Così Giovanni aveva iniziato a porre a Teresina qualche domanda innocua, tanto per metterla a proprio agio, mentre Antonietta, fuori dalla portata d’orecchio, ma comunque vigile, sferruzzava seduta in un angolo. Giovanni si era inginocchiato per portare i propri occhi all’altezza di quelli della bambina che se ne stava compostamente seduta sul letto in mezzo alle sue bambole. Avevano rotto il ghiaccio, si erano sorrisi un paio di volte e adesso era venuto il momento di fare sul serio.
“La tua mamma mi ha detto che avresti visto qualcosa nel salone dei ritratti. Posso sapere esattamente cosa?”
Teresina si era morsa le labbra. “Niente. Una cosa. Non sono sicura. È andato via veloce.”
“Velocemente” l’aveva corretta Antonietta, evidentemente meno distante di quanto sarebbe stato adeguato.
Giovanni aveva alzato gli occhi al cielo, esasperato. Poi aveva abbassato ulteriormente il tono della propria voce. “Senti, Teresina, a te piace stare qui?”
La bambina aveva annuito.
“Non ti senti sola?”
Stavolta lei aveva scosso la testa.
Giovanni le aveva rivolto un sorriso incoraggiante. “A me puoi dirlo. Ti prometto che non farò la spia. Sei tu che fai sparire il latte dalla cucina?”
Teresina aveva esitato per un attimo, poi aveva sospirato un timido sì.
“E non è per te, vero?” aveva bisbigliato Giovanni. “Ma è per il tuo amico che non è un fantasma, giusto?”
Teresina gli aveva lanciato un’occhiataccia che l’aveva fatta assomigliare ancora di più a sua madre. “Lo dirai a papà, adesso?”
Lui aveva annuito rimangiandosi subito la promessa che le aveva fatto poco prima. “Devo farlo, Teresina. Ma vedrai che non si arrabbierà. E tu potrai giocare con il tuo amico tutte le volte che vorrai senza che nessuno lo scambi per un fantasma.”
XXX
Quel vinello era davvero buono. Andava giù come niente e lasciava una piacevole frescura nella gola e una testa leggera che sembrava volersi staccare dal collo per fare visita al lampadario.
La marchesa si sventolava e lo guardava male. Probabilmente non aveva avuto le risposte che si aspettava e la cosa la rendeva particolarmente nervosa.
“Squisito, squisito davvero” aveva ribadito Giovanni portandosi il tovagliolo alla bocca. Assunta non era brava solo a decapitare pesci ma anche a buttarli in pentola.
“Mi faccia capire” aveva esordito acidamente la marchesa. “Mi sta dicendo che dovremmo lasciare le cose come stanno?”
“Le sto dicendo” le aveva risposto pazientemente Giovanni, “che, come immaginavo, qui non c’è nessun fantasma, ma solo una bambina che ha trovato un simpatico e innocuo compagno di giochi. La marchesina non fa male a nessuno. E in fondo si tratta semplicemente…”
“E il ritratto? Si tratta di lui, ne sono sicura!” aveva reagito immediatamente la marchesa, e perfino suo marito le aveva lanciato un’occhiata di compatimento.
“Ne è proprio, assolutamente sicura?” le aveva chiesto Giovanni. Sapeva che la risposta poteva essere una sola.
No, la marchesa non poteva essere sicura di nulla.
“Mi dia retta: dopo un paio di bicchieri di questo squisito vinello chiunque potrebbe scambiare un innocuo felino domestico per uno spettro. I gatti si muovono velocemente e i loro occhi brillano al buio. Ma sono fatti di carne ed ossa. Permettete a vostra figlia di tenerlo. Lasciatela giocare. Questo è un grande segreto per lei. Assecondatela e fate finta di non vedere quando porta da mangiare al suo amico. Lasciatele casualmente una ciotola di latte per il suo micio invece di costringerla a rubarlo. E di notte non andatevene troppo in giro a caccia di fantasmi ma concedetevi un buon sonno.”
La marchesa sembrava ancora scettica, ma suo marito aveva preso in mano la situazione e aveva mugugnato come suo solito qualcosa di simile a “Che caldo che fa oggi. Gradisce del gelato?”
XXX
Teresina de’ Tiberini sapeva che mentire era sbagliato. Glielo aveva ripetuto Antonietta tante, tante volte e lei ci credeva. Credeva che Gesù dal Cielo avrebbe pianto per ogni sua bugia e lei avrebbe dovuto confessarsi per bene prima di poter fare la Prima Comunione alla fine di maggio. Per questo al signore magro e buffo che era venuto a cacciare via il fantasma lei aveva detto solo la verità. Sì, lei aveva rubato il latte in cucina, sì, lei lo aveva fatto per dare da mangiare al suo compagno di giochi.
“Mamma non vuole che io tenga con me un gatto o un cucciolo. Per questo ho fatto tutto di nascosto. Avevo paura che lo cacciassero via.”
Tutto vero. E il signore strano le aveva creduto e le aveva anche assicurato che avrebbe potuto continuare a tenere Baffi, che avrebbe parlato lui con i suoi genitori e che, semplicemente, lei avrebbe dovuto occuparsi del suo amichetto e badare affinché non combinasse disastri e non disturbasse il resto della famiglia. Lei aveva promesso che l’avrebbe fatto. Non sarebbe stato difficile. Baffi era un micio intelligente e ubbidiente. Da quando il signore buffo era arrivato, lei aveva chiesto a Baffi di restarsene nascosto e non farsi vedere e lui così aveva fatto. Ora le cose erano di nuovo a posto.
Teresina sgambettava verso la sala grande in camicia da notte e con una ciotola di latte in mano. Non aveva avuto bisogno di rubarla, questa volta. Assunta gliel’aveva fatta trovare sul tavolo.
Teresina, come sempre, si era alzata molto presto. Non voleva che nessuno la vedesse insieme a Baffi, almeno non fino a quando lui non avesse imparato un paio di cose molto importanti.
Si era fermata di fronte al ritratto di famiglia dei Valdonata.
“Baffi…?” aveva bisbigliato poggiando la ciotola a terra.
Le aveva risposto prima il suono di un campanellino e poi un delicato “Miao…”
Teresina aveva sorriso mentre lui, come sempre, sembrava apparire dal nulla, proprio nel punto esatto in cui la sua immagine era stata ritratta, in braccio alla contessina Agnese di Valdonata. Lei adesso non poteva più coccolarlo. Ma, visto che Baffi aveva deciso di rimanere, ci avrebbe pensato lei a non farlo sentire solo.
Il micio aveva brillato per un attimo nel buio come una lampada, poi era saltato ai suoi piedi senza fare rumore e aveva iniziato a strofinarsi alle sue gambe. La strana luce di cui era fatto si era affievolita a poco a poco, fino a quando Baffi non aveva finito per assomigliare sul serio a un gatto in carne e ossa.
Teresina si era inginocchiata e gli aveva accarezzato la testolina fulva e tigrata. Quella volta riusciva a sentire perfettamente sotto le dita il pelo folto e morbido.
Il gatto le aveva regalato la sua porzione quotidiana di fusa, poi si era accostato alla ciotola e aveva iniziato a lambire il latte. Teresina non si preoccupava del fatto che la ciotola restasse in pratica sempre piena. Baffi sembrava felice lo stesso.
“Dovrai metterci un po’ di impegno, Baffi. Ti insegnerò io a non brillare, a camminare attaccato al pavimento e a non passare attraverso i muri. Hai già imparato un sacco di cose. All’inizio non riuscivo mica ad accarezzarti, te lo ricordi? Riusciremo a far credere a tutti che tu sei proprio un gatto vero.”
Il micio l’aveva guardata e lei era più che certa che anche quella volta l’avesse capita benissimo. Teresina gli aveva regalato un’altra carezza. In fondo lui era un vero gatto. Il fatto che fosse morto da un po’ non aveva importanza. Baffi era il suo micio. Baffi aveva bisogno di lei e lei gli voleva davvero tanto bene.
“Sì, dovrò insegnartene di cose, Baffi”
Il gatto aveva puntato qualcosa nell’angolo poi, con uno scatto, era saltato verso la sua preda. Teresina aveva afferrato al volo il prezioso vaso di mamma che aveva rischiato di finire frantumarsi sul pavimento quando Baffi lo aveva urtato per acchiappare il piccolo roditore squittente.
“Soprattutto a non buttare giù le cose di mamma. E poi a lasciar perdere i topi fantasma e a dare la caccia quelli veri.”