Era una notte buia e tempestosa...

 


I know not if I could have borne
To see thy beauties fade;
The night that follow'd such a morn
Had worn a deeper shade:
Thy day without a cloud hath pass'd,
And thou wert lovely to the last,
Extinguish'd, not decay'd;
As stars that shoot along the sky
Shine brightest as they fall from high.

(George Gordon Byron, And Thou Art Dead, As Young and Fair)


Intorno alla grande casa il parco è silenzioso e buio. Solo sporadici sussurri di creature inquiete si odono tra il folto degli alberi secolari. Lassù, sulla cima del colle, la residenza nobiliare sembra rifiutarsi di dormire in questa notte di quasi estate insolitamente fredda. L'aria umida sale dal lago agitato regalando all'incauto passante che si trovasse per errore nei paraggi una carezza gelida sulla pelle, simile al tocco oltretombale della mano di una fanciulla defunta che cerchi invano oltre il suo luogo di sepoltura la strada del ritorno tra i vivi.
Come una cantilena il vento sceglie di destarsi e scivola lento con il suo cupo richiamo dalle montagne le cui cime, che solitamente riflettono la luce fredda della luna e sembrano galleggiare nel cielo scuro, sono avviluppate da nubi compatte e minacciose.
L'oscurità, così fitta da togliere il respiro, è interrotta solo di tanto in tanto dai bagliori dei fulmini che colpiscono le acque del lago. Con la coda dell'occhio e un brivido di paura, il passante forse riuscirebbe a vedere anche delle pallide fiammelle azzurre, deboli e infelici, che scaturiscono dal suolo, ricordi assopiti nella tomba del malinconico defunto che vagano cercando qualcuno che li consoli e che si nutrono di ossa e rimpianti.
Ma non c'è nessuno ad osservare il passo lieve della figura che si dirige verso la villa solitaria. Mary non esita di fronte a quel buio carico di funeste fantasie. Non teme il lamento della civetta, né gli occhi fissi delle statue che sembrano seguirla, i loro volti severi e ricoperti di muschio.
La fanciulla giunge alla porta, controlla che il suo abito dai colori sbiaditi sia in ordine e, senza esitare, bussa.

***

Le scarpe di Mary ticchettano sul pavimento di marmo, per poi offrire un suono attutito quando giungono a calpestare i ricchi tappeti che ornano la residenza ginevrina.
C'è solo il buio intorno a lei, ma Mary non ha bisogno di alcuna lampada per conoscere la propria destinazione. La grande scala, il dipinto solenne del signore di quel luogo, le armature cieche che le fanno da immobile scorta, i ritratti silenziosi e i tendaggi che si muovono lievi come se il vento potesse infiltrarsi tra quelle mura. E non può, ma questo non è un limite. Quella dimora ha il proprio vento, i propri spiriti e le proprie memorie indelebili.
La gonna e le sottane frusciano nel silenzio di quei corridoi. Mary si ferma solo un attimo per studiare il proprio riflesso in uno dei tanti specchi che decorano le pareti, riflesso che nessun altro potrebbe scorgere, e non solo per l'oscurità.
I riccioli bronzei sono perfetti intorno all'ovale rosato del viso. Sorride con il volto della sedicenne che era un tempo, tanti e tanti anni fa.
"Presto, presto" le ha sussurrato il monaco che le ha aperto la porta. "Lady, vi rendete conto di quanto siete in ritardo? I signori sono già tutti riuniti. Aspettano solo voi per cominciare."
Lei ha osservato per l'ultima volta la superficie burrascosa del lago e le nuvole cupe e cariche di fulmini minacciosi al riparo sotto il colonnato. Poi ha varcato la soglia rispondendo al monaco solo "Lo so, lo so. E conosco la strada."
Si è chiesta se vi avrebbe trovato anche lui, il suo 'dottore', il suo figlio diletto.
'E l'altro?'
Trattiene un brivido sentendo comunque di avere il dominio sulle proprie creazioni anche in quella bizzarra situazione oltremondana.
'C'è il monaco. Perché la Creatura dovrebbe mancare? In fondo ha più diritto di lui di stare qui.'
Un altro passo e il silenzio è rotto da voci note che provengono dalla stanza celata dalla porta di legno intarsiato alla sua sinistra.
Mary sorride di nostalgia e il profumo di Claire, dolce e distante, la stordisce.
Claire, cara Claire, sua sorella per legge, Claire, che sbircia dalla porta socchiusa, le ciocche brune e lo sguardo folle e ingenuo di una Ofelia che galleggia insieme alle sue ghirlande verso il proprio destino di morte che lei ricorda benissimo.
"Mary? Mary! Finalmente. Ti aspettiamo da secoli."
Si chiede perché non sia con gli altri, cosa ci faccia in quella stanza buia e chi sia l'amante che la sottrae al resto della compagnia. Mary è combattuta tra la curiosità di scoprire i segreti di Claire e la smania di raggiungere il salone.
"C'è qualcuno con te?" le chiede conoscendo la risposta.
Claire le sorride, poi la afferra per un braccio e la trascina all'interno della stanza. L'ambiente è rischiarato solo da due candele ma per lei sono sufficienti per distinguere il volto dell'uomo.
"George…?" sussurra Mary rendendosi conto di essere stata tratta in inganno da una somiglianza straordinaria. No, non si tratta di George. Gli occhi grigi dell'uomo bruciano mentre le si avvicina senza traccia di zoppia e un sorriso maligno appare sulle sue labbra. Mary ne è deliziata e non arretra neppure quando si ritrova con la lama dello splendido pugnale di foggia turca che l'uomo impugna contro la gola.
"Fate attenzione" sussurra allo sconosciuto gemello di George, che non è poi così sconosciuto, dal momento che lei sarebbe in grado di pronunciarne il nome. "Fate attenzione con quel pugnale, signore. Se mi feriste rischiereste di macchiare con il mio sangue questa splendida giacca di velluto."
"Il vostro sangue non andrebbe sprecato, Miss Godwin" le risponde l'uomo mentre Claire le sfiora l'orecchio con le labbra.
"Dovresti provarlo, mia Mary… È sublime" le sussurra, ma lei non ha alcun desiderio di trastullarsi con l'invenzione del povero John. Povero, triste John. Chissà se anche lui è fra loro in quella notte di tregenda. Perché non dovrebbe? Dopo tutto sono loro due ad avere dato il via a tutto.
"Non ora, Claire cara. Sono attesa. Milord, sono una donna sposata e gradirei che vi rivolgeste a me come si conviene."
Dopo avere concesso un inchino alla sua amata sorellastra e al suo amante bevitore di sangue, Mary lascia la stanza.
Il corridoio davanti a lei non è cambiato. È ancora buio e lungo da percorrere. La porta del salone si rifiuta di venirle incontro. Ma lei non ha alcuna fretta. Non c'è più neppure il monaco a ricordarle che gli altri la stanno attendendo.
'Claire ha trovato comunque un buon modo per ingannare il tempo.'
"Avete visto un uomo bruno, lady? Un aitante, giovane uomo bruno? Ha sposato mia sorella, sapete? E ha bevuto il suo sangue durante la loro notte di nozze."
Il giovane biondo manca di garbo. Le arriva alle spalle e neppure si presenta. È così agitato e così menzognero. Bel viso innocente. Quanti altri bei visi innocenti sono venuti dopo di lui, così simili a lui, così tristemente ciechi di fronte ai propri desideri…
"Mi dispiace, Mr. Aubrey. Non ho visto la vostra nemesi aggirarsi lungo questi corridoi" gli risponde senza neppure il bisogno di mentire.
Le dispiacerebbe se il giovane di carta e inchiostro andasse a disturbare l'incontro segreto di Claire.
Quindi riprende il cammino ignorando le parole del nobile Aubrey che continuano a fluire deliranti, e un'altra porta si schiude al suo passaggio.
"Finalmente, my lady. Avete idea di quanto siamo stati in ansia?"
Lei scuote la testa. "Si può morire una volta sola, Mr. Lewis. E voi siete in anticipo. Ricordo benissimo che non giungeste qui se non nel mese di agosto."
L'uomo alto e magro, dal volto sottile di faina, sorride amabilmente e solo allora lei nota il libro che tiene fra le mani.
Phantasmagoriana.
Una delizia. Tutto è cominciato in quel modo. È stata Claire? È stata la sua Claire, in quell'antica notte di pioggia battente, esaltata da quei racconti di spettri, a proporre la sfida? Mary ne è quasi sicura.
"Che ciascuno di noi scriva una storia di fantasmi. Decideremo poi quale sarà la migliore."
Tocca dunque a Lewis portare il Phantasmagoriana nel salone perché il gioco possa riprendere.
'Gioco…'

Hanno giocato e hanno creato un mondo che è sopravvissuto alle loro effimere esistenze mortali. E quel mondo e gli incubi che lo popolano, quel mondo che la loro mente ha lasciato in eredità ad altri, ora li sta richiamando indietro.
Mary ricorda il tremito di quella sera, mentre l'idea prendeva forma nei suoi pensieri distorti dal liquore che George aveva versato loro. Laudano, oppio e il cuore che batteva forte, attanagliato da un'angoscia senza nome, sottile come il pugnale d'argento di un assassino che si muove nell'ombra e violenta come il grido disperato della sua vittima mentre cade, mortalmente ferita, con il volto rivolto alla luna ghignante.
E il suo incubo si faceva più chiaro e attendeva solo che lei gli desse vita.
'Creatrice… Creatura…' pensa Mary mentre ormai la porta è di fronte a lei. Solleva una mano sapendo che le basterà spingere per entrare.
Le voci perdute riecheggiano invitanti. George, che sembra recitare versi in ogni istante, anche quando ordina che gli venga servito del tè. E il povero John, che sembra sempre supplicare, anche quando insulta il proprio interlocutore.
"Io non sono più al tuo servizio… my lord! Mi hai capito, my lord? Non puoi trattarmi in questo modo anche ora che siamo… che siamo..."
"Morti, Poli? Perché hai tanta paura di dirlo, Poli? Noi cercammo entrambi la morte volontariamente. La mia eroica, la tua vigliacca. La mia violenta, la tua violenta. La mia per mano del fato e per mano d'altri, la tua perché perfino tu non hai potuto che disprezzarti."
Malvagio, George. Crudele, George. Per questo aveva con sé quel fascino che si può trovare solo nella decadenza dei costumi e dell'anima.
L'ha odiato, Mary. L'ha odiato perché incomprensibile. E l'ha amato, Mary. L'ha amato come ha amato ciascuno di loro. Come coloro che intingono la penna nel calamaio delle proprie vene fino ad arrivare al punto più nascosto del cuore e colpirlo a morte, come lei e come loro, sono destinati ad amarsi l'un l'altro.
"Dannato… demone… malefico…" protesta il povero John.
"Oh, bene, Poli. Creatore di vampiri e vampiro tu stesso. Allontanati pure da me. Ho il sostegno di un nuovo medico, ora. E nello stato in cui siamo ora, lui di certo è più utile di te, Poli. Lui sa creare la vita dal nulla, Poli."
La mano di Mary si ferma sul legno, gelido come una lapide ricoperta di brina all'alba di un giorno in cui già rintoccano le campane funebri di una chiesa in rovina. Il dottore che crea la vita, a sua volta da lei creato.
'Lo vedrò? Vedrò Victor così come l'ho immaginato? Lo vedrò lontano dalle maschere che altri dopo di me hanno usato per coprire il suo volto?'
Esita, Mary. E scopre che si può avere paura anche se nulla può più nuocerci. Sente le proprie ossa farsi di ghiaccio, Mary, mentre due braccia troppo forti per appartenere a un essere vissuto in questo mondo la cingono. E sono braccia ruvide e deformi, dalle mani tozze e possenti, e bruciano di un calore che non dà conforto.
Vorrebbe voltarsi e guardarlo, Mary, guardare colui che neppure lei che ne è l'artefice è riuscita a descrivere nei dettagli se non per l'orrore blasfemo che rappresenta e incarna. Ma cos'è una bestemmia per una come lei? Per quelli come loro?
"Perché hai paura, madre? Perché esiti?" sussurra la Creatura e la sua voce vibra come quella di un organo in una cattedrale deserta.
Gli ha dato saggezza, lo ricorda bene. Gli ha dato intelligenza e capacità di odio ed amore, anche se coloro ai quali l'ha lasciato in eredità l'hanno spesso dimenticato.
"Ho paura perché tu sei me. Perché lui è me. E nessuno potrebbe sopportare di guardare apertamente il proprio vero volto. E nessuno potrebbe sopportare di ascoltare le vere parole che non ha mai osato pronunciare senza impazzire."
"Sono ancora tuo figlio, madre? Non temere. La vita che lui… che tu mi hai dato continua, per me. È andato tutto come avevi previsto e narrato. In quell'ultimo abbraccio, io gli ho tolto tutto e tutto gli ho donato. E ora ho preso anche il suo nome. Vai e racconta di nuovo la mia storia, madre. Raccontala per sempre. Io sono ciò per cui tu vieni ricordata."
La mano disumana copre la sua e spinge fino a quando la porta finalmente si schiude. La luce delle mille candele rischiara di un pallore malato i volti che la osservano.
"Perdonatemi se vi ho fatto attendere."
L'odore di cera si mescola a quello del vino caldo e speziato, dell'oppio e dei suoi fumi e della carta polverosa che ricopre il ripiano del tavolo, gli scaffali della libreria e la spinetta che tintinna le sue note disarmoniche sotto le dita di Claire, abbandonata dal suo amante vampiro, che le ha lasciato solo una ferita sul collo come pegno d'amore, una ferita che tinge di rosso, riversando il suo spirito scarlatto su di lei, la veste una volta candida, ora ingiallita dal tempo, incollando la stoffa al suo petto.
Tiene il tempo, il povero John, seduto sul bracciolo della poltrona dalla quale tutto domina il padrone di casa. Tiene il tempo, gli occhi sporgenti persi in una memoria triste, forse quella dell'istante in cui il mortale elisir da lui stesso preparato ha fatto il proprio dovere strappandolo alla vita. Anche nella morte sembra assolutamente infelice.
E il Lord, il demone, l'incantatore, sembra ancora indifferente a tutto e tiene gli occhi grigi fissi sul contenuto del proprio bicchiere, la gamba deforme rigida, perché neppure la morte osa risanare ciò che è parte di una cupa leggenda.
George le sorride perfino, lui che non ha mai voluto comprenderla, lui che l'ha sempre considerata un inutile velo da squarciare per raggiungere colui che quel velo celava, colui che lei brama vedere, ora, prima che l'ansia le faccia perdere i sensi, l'ansia e quell'odore di sogno, di incubo e di terra di tomba, l'odore senza requie che quelli come lei si portano dietro.
"Avanti, avanti" sussurra George con aria seccata mentre Mr. Lewis gli porge finalmente il libro che ha custodito fino a quel momento. "Non esitate, banali, stomachevoli coniugi. Così potremo procedere. Avanti, Shy. Salutala, abbracciala, accoppiatevi se ne avete voglia, ma in fretta."
Crudele, mille volte crudele, George. O forse no. Non in quel momento.
Percy abbandona l'angolo d'ombra che lo ha celato fino a quell'istante. Mille e mille volte lei ha giurato di amarlo per sempre. Mille e mille volte lui le ha promesso che nulla li avrebbe mai separati.
"Mary…"
Mormora il suo nome, Percy, con i vestiti fradici di acqua marina, i capelli biondi scomposti e bagnati, lo sguardo febbricitante di chi sente il fiato morirgli in gola.
Mary accarezza il suo viso e toglie un'alga putrida dalla sua guancia bianca. Percy il folle. Percy e i suoi deliri. Percy e il suo amore. E come un vampiro, come la sua creatura, lei ha rubato il nome al suo sposo perché di lei si avesse memoria solo come sua compagna.
"I tuoi versi, Shelley. Ho bisogno dei tuoi versi, ora. Solo quando li avrò ascoltati potrò giocare di nuovo a generare favole macabre."
E il suo sposo le sorride e le sfiora il collo con la sua mano gelida rigettata dagli abissi. "I arise from dreams of thee, in the first sweet sleep of night, when the winds are breathing low, and the stars are shining bright…"

***

"Credete che la nostra sia vera vita?" cantilena con la sua voce innaturale la Creatura.
Lord Ruthven fissa il lago in lontananza chiedendosi quando la pioggia finalmente deciderà di cadere. La sua mente si rifiuta di adagiarsi su sterili filosofie. Il sangue di Miss Claremont lo ristora in mancanza dei raggi lunari che per lui sono vita e non-vita, celati dalle nubi.
Vera vita. Prolifici e sterili al tempo stesso. Il monaco diabolico non è nato fra quelle mura, come loro. Per questo forse ha subito un destino di oblio. Ma lui… lui è vivo come non lo è mai stato. Anche se altri hanno usurpato il suo ruolo di principe, riflette mentre il fragile Aubrey reclina il capo sulla sua spalla. Altri nati più di mezzo secolo dopo, più fermi, crudeli e leggendari di lui, pensa mentre il sapore del sangue nella sua bocca si fa amaro.
"Vera vita" risponde il dottore tenendo per mano il suo dubitativo e mostruoso figlio. "Come credi che si possa morire quando si è fatti di paura, la paura di tutti, il desiderio di tutti, e della stessa carne di cui sono fatte le leggende?"
Aubrey sospira. "Quanta poetica filosofia, dottore. Che direbbe il vostro Galvano?"
E cala di nuovo il silenzio fra gli spettri sfuggiti alle pagine dei loro artefici e a loro sopravvissuti…

***


"Sta per piovere. Andiamocene. Ci torniamo domani, di giorno" protesta la ragazza vestita di nero, aggrappata al braccio del suo compagno occhialuto.
"Shhh… Rovini l'atmosfera" la zittisce il ragazzo. Se ha organizzato quel viaggio in Svizzera è solo per un motivo e non è l'erba e neppure la cioccolata. "Guardala, Arianna. Eccola lassù. È la leggendaria Villa Diodati."
"Fico" risponde la ragazza senza entusiasmo. Se ha convinto i suoi a mandarla per un weekend in Svizzera con Ricki non è certo per visitare ville, ma per l'erba e la cioccolata. "Quando saremo sposati me ne comprerai una uguale sul lago Maggiore. Possiamo andare?"
"Dio, a volte mi chiedo cosa c'è nella tua testa. Lo sai che senza quella villa oggi tu non avresti i tuoi vestitini gotici, le tue croci gotiche, il tuo smalto gotico, i tuoi cd gotici…"
"Perché?" gli chiede la ragazza. E intanto prova a trascinarlo per un braccio.
"Sei proprio ignorante, Arianna" si lamenta il ragazzo. "Quella villa è all'origine di tutto quanto è oscuro… Cioè… non proprio all'origine. Ci sono dei precedenti illustri, ma…"
"Ci fanno le messe nere?" domanda la ragazza. Comincia anche a fare freddo nonostante siano a giugno.
"Doppiamente ignorante, Arianna" ribatte il ragazzo pensando che forse quel viaggio avrebbe fatto meglio a farlo da solo. "Sai chi ha soggiornato in quella villa, nella lontana estate del 1816? Lo sai? Ovvio che non lo sai."
La ragazza tenta di distinguere l'ora sul suo orologio da polso ma la mancanza di luce e il fatto che anche quello sia nero non le facilita l'impresa. "No, non lo so. Sbrigati a dirmelo così ce ne andiamo." Poi riesce a scacciare un pensiero stupido. È quasi mezzanotte, l'ora delle streghe, dei vampiri e di chissà cos'altro.
Il ragazzo ha atteso quel momento fin da quando il viaggio è stato programmato, il momento in cui avrebbe potuto raccontare quella storia bellissima e agghiacciante. "Lord George Gordon Byron, in fuga dall'Inghilterra, prese dimora a Villa Diodati, già fonte di ispirazione per Milton, Alfieri e…"
"Perché è scappato?" lo interrompe la ragazza. Chissà perché lui ha sempre il vizio di lasciare indietro i dettagli interessanti.
"La faccenda è piuttosto morbosa" le spiega il ragazzo. Non è assolutamente un dettaglio importante ma sa che Arianna non lo lascerà andare avanti se prima non le dirà tutto. "Lord Byron aveva una relazione illecita con sua sorella Augusta."
"Depravato di brutto" commenta la ragazza.
"Posso andare avanti?" le chiede lui leggermente seccato. "Da queste parti alloggiava anche Matthew Gregory Lewis, l'autore del 'Monaco'. Hai letto 'Il Monaco', Arianna?"
Lei scuote la testa. "Non mi piace la roba religiosa."
Il ragazzo ora è davvero sicuro che quel viaggio sarebbe riuscito meglio se l'avesse intrapreso da solo. "È una storia di spettri e Doppelgänger, triplamente ignorante Arianna. Comunque" procede prima che lei possa chiedergli che cos'è un Doppelgänger. "Nel mese di giugno Byron venne raggiunto dal poeta Percy Bysshe Shelley, dalla sua futura moglie Mary e dalla sorellastra di Mary, Claire Claremont, che tra l'altro se la intendeva con Byron. Alla villa risiedeva anche il medico personale di Byron, John William Polidori. Tutti nomi che di sicuro ti diranno qualcosa." Il ragazzo omette volutamente i dettagli torbidi sulle relazioni intercorse tra gli appartenenti a quell'oscura compagnia. Arianna finirebbe per concentrarsi solo su quelli. "Com'è, come non è, in una sera di tempesta questi simpatici personaggi si lanciarono una sfida; scrivere un racconto di spettri ciascuno. E sai quali furono i frutti di questa sfida? Tanto per cominciare Lord Ruthven, il primo vampiro letterario della storia…"
"Niet!" lo blocca lei agitando il dito. Ricki non riuscirà a farla fessa. "Il primo vampiro è Dracula, lo sanno tutti!"
"Col cavolo!" ribatte piccato il ragazzo. "Il Vampiro di Polidori ha quasi un secolo più di Dracula, ignorantissima Arianna. E poi Mary Shelley…"
"È ancora lunga questa storia?" si lamenta la ragazza. Non le va di parlare di vampiri. Le piacciono tanto, ma sì, insomma, si sente come se potesse sbucarne fuori uno da un momento all'altro.
"… Mary Shelley scrisse 'Frankenstein'. Frankenstein, chiaro? E scusa se è poco. Quindi niente Villa Diodati uguale niente vestiti gotici, canzoni gotiche, orecchini gotici…"
"Possiamo andare? Torniamo a visitarla domani, promesso." In albergo si sta bene. C'è tanta luce in albergo.
"Non credo si possa. È una residenza privata. Non vuoi sapere che fine hanno fatto Byron e gli altri?"
"Byron è morto in Grecia di febbre, mentre combatteva contro i turchi." 'Prendi questo, Riccardo' pensa la ragazza scoprendo con soddisfazione l'utilità dei 'Forse non tutti sanno che…' della Settimana Enigmistica. "Gli altri non lo so."
"Meno ignorante del previsto, Arianna. Polidori è morto suicida, Shelley è affogato al largo della Toscana. Solo Mary e Claire sono arrivate alla vecchiaia. Ma si mormora…" Il ragazzo atteggia le mani ad artiglio e dà alla propria voce un tono tenebroso. "… che ad ogni anniversario della notte fatale, ossia in questa notte, gli spettri di Byron e dei suoi compagni si ritrovino a Villa Diodati in compagnia delle loro tenebrose creature per evocare nuovi orrori…"
"Piantala!" strilla la ragazza. Sta facendo una figuraccia. Ma non è colpa sua se la situazione non è del tutto tranquillizzante. "Ti… ti… Sei un infame, Ricki!"
Il ragazzo capisce di avere esagerato. Non ha voglia di farsi tenere il muso per giorni. "Scusa. L'ultima parte è inventata. Te l'ho detto. Ci vivono, in quella villa. Se ci fossero i fantasmi se la sarebbero data a gambe."
La ragazza non dice nulla ma si volta per tornare sui propri passi mentre lui la segue. Non lo perdonerà tanto facilmente. Lui e il dannato Byron e il dannato Shelley e tutti gli altri e i loro fantasmi.
Il ragazzo sospira lasciandosi dietro il luogo dei suoi sogni. Si volta a guardare Villa Diodati un'ultima volta. Lassù, sul terrazzo, al di sopra del colonnato, c'è qualcuno. Cinque figure che trova familiari in modo inquietante, soprattutto quella più alta, più strana, grottesca e 'Spaventosa...' sintetizzano i pensieri del ragazzo.
"Che c'è?" domanda lei sentendosi di nuovo inquieta.
"Niente" le risponde distogliendo gli occhi dalla villa.
'Niente' si ripete. 'Erano solo nella mia mente. Sono nella mia mente. Nascosti in agguato nella mente e nelle fantasie di tutti noi' pensa mentre le prime gocce di pioggia cominciano a cadere.

Note:

Quanto avvenuto a Villa Diodati il 16 giugno del 1816 è storia. Tuttavia la genesi dei due mostri più celebri della letteratura dell'orrore è diventata essa stessa l'oggetto di macabre leggende. La descrizione di Byron, Shelley e degli altri che ho dato in questo racconto affonda le radici nel loro mito più che nella 'verità' nuda e cruda. Nonostante questo, quanto asserito riguardo a quella sera e alle relazioni tra i vari personaggi è corretto e documentato.

Byron era solito dare nomignoli ai propri compagni (Poli, Polly, Polly-Dolly per il suo giovane medico Polidori, Shy o Shy-lo per Shelley) così come Mary Shelley spesso era solita rivolgersi al (futuro) marito chiamandolo con il cognome.

Non ho idea di chi abiti attualmente Villa Diodati,
se qualcuno effettivamente vi abiti o se sia visitabile (cosa alquanto probabile). Le informazioni più recenti in proposito riguardano il periodo, negli anni '40, in cui vi risedette Balthus.

Questa storia deve moltissimo ai romanzi 'Lamia' (The Stress of Her Regard) di Tim Powers, 'Frankenstein Liberato' (Frankenstein Unbound) di Brian Aldiss e al film 'Gothic' di Ken Russell girato proprio a Villa Diodati e che è stato la fonte principale per la descrizione degli interni e dell'architettura generale del luogo.