Sidonia

Ispirato a "The Prioress' Tale" di Edward Burne-Jones

 

Sidonia arriva in un mattino di pioggia. L’automobile la lascia di fronte alla villa, lei paga la corsa e saluta con la mano mentre il fumo bianco del tubo di scappamento accompagna la discesa lungo la collina del mezzo che ha avuto la fortuna e l’onore di scortarla fino al castello. Paul le apre il cancello e le fa un inchino compito pensando che per essere primavera inoltrata, quasi estate per la verità, fa davvero freddo.
Lei dice “Buongiorno, sono qui per il posto da istitutrice” e sorride senza che le labbra si distendano troppo, così come deve fare una signorina per bene. Sidonia sa sempre come comportarsi per non spiccare troppo, per trasmettere agli altri una sensazione di garbo senza che questa risulti invadente. Paul la guarda con l’aria di chi non pensa che una donna così giovane possa avere qualcosa da insegnare a dei bambini, poi le dice “Mi segua” e le fa strada prendendo la valigia che Sidonia porta con sé. Non è pesante, indice di una mancanza di vanità e civetteria. In un altro momento Paul apprezzerebbe questo dettaglio.
Sidonia sorride alzando gli occhi al cielo e sbirciando da sotto l’ombrello fino a quando una goccia gelata le cade nell’occhio sinistro. Il suo viso sembra sempre felice, anche in una giornata grigia come questa, perché Sidonia sa che senza la pioggia non può esserci il sereno e che un cielo senza pioggia diventa una coperta soffocante della quale non ci si può liberare. Segue l’anziano maggiordomo lungo il viale che conduce al portone e ogni tanto gira la testa di qua e di là per sbirciare il giardino. Il ticchettio dell’acqua sulle foglie assomiglia a una canzone stonata. Sidonia pensa che sia bello e che lo sarà ancora di più con un po’ di sole, quando gli uccelli canteranno. Sidonia non sa davvero sentirsi triste a causa della pioggia. Le gocce zampillano sul suo ombrello a fiori, l’acqua in terra inzacchera i suoi stivaletti grigi alla caviglia e l’orlo del cappotto azzurro, i suoi capelli si fanno pesanti per l’umidità. Sidonia ha voglia di un tè caldo e spera che i suoi datori di lavoro glielo offrano anche se sono appena le undici del mattino.
Sidonia osserva il colletto dell’uomo, la sua nuca ampia, i capelli grigi. Un tipo serio, Paul. Paul comanda fra le mura del castello. Paul gestisce la servitù. Sidonia lo sa. Sidonia sa tutto. È allegra comunque. Sarà bello stare qui. C’è il bosco da visitare. Farà lunghe passeggiate in giardino se glielo concederanno. Quando i bambini staranno riposando intingerà i pennelli nei colori e lo dipingerà.
Sidonia vorrebbe vedere l’aranceto. Sidonia vorrebbe vedere i gigli e i papaveri. Ma può aspettare fino a domani.
“Mi occupo io delle assunzioni” le spiega Paul pensando che Sidonia abbia qualcosa di davvero strano. Forse la pelle troppo chiara. Forse quei capelli biondi che sfuggono un po’ troppo all’acconciatura sotto il cappello. Forse quel modo di sorridere. A Paul Sidonia non piace. A Paul Sidonia fa venire i brividi. Ma lei non se ne cura. Probabilmente domani Paul penserà che quei brividi siano stati causati dal freddo.
“Ho letto le sue referenze con attenzione. La contessa di Breefort la raccomanda caldamente. Francamente non mi aspettavo che lei fosse così giovane. Ha lavorato anche presso i Brighton delle industrie tessili, vero? Posso chiederle come mai ha deciso di cercare una sistemazione nel Galles?” Sidonia ascolta con pazienza. Paul è burbero ma è buono. Ci vorranno due giorni e non di più perché lui impari a rilassarsi in sua presenza.
“Avevo voglia di tornare a casa” gli spiega Sidonia. “Io vengo da Glastonbury.”
Paul apre il portone prima che lei riesca a guardare meglio i begli intarsi. Anche quelli Sidonia li osserverà meglio domani. Sono cavalli, cervi e scene di caccia. Sidonia solleva gli occhi verso le mura bianche del castello. Marmi, colonne e riccioli barocchi. Balconi e finestre dai vetri azzurrati. Piccoli angeli sui capitelli.
“Prego” le dice Paul, e Sidonia chiude il suo ombrello. “Lasci pure il suo cappotto qui ad asciugare” la invita Paul e Sidonia si toglie il suo bel soprabito del colore del cielo.
Paul avrebbe qualcosa da ridire anche sul suo vestito perché trova che il viola sia un colore funesto.
“È glicine” gli spiega Sidonia senza che lui abbia aperto bocca, lasciandolo in uno stato di sorpresa.

Sidonia beve il tè che le ha offerto la gentilissima signora. La padrona di casa è luminosa e amichevole, come non ci si aspetterebbe da una Lady. E sa come gratificare i propri ospiti con deliziosi biscotti all’arancia.
“Abbiamo un piccolo aranceto” le dice la signora. “Sono solo quattro alberi che ci sono stati donati da un marchese siciliano che è stato nostro ospite l’anno scorso. Quando sono stati trapiantati io non speravo che sarebbero sopravvissuti. E invece, nonostante il clima, fioriscono e danno frutti squisiti.”
Sidonia annuisce, come se stesse scoprendo qualcosa di nuovo. Fra poco sarà ora di pranzo e Sidonia sa che ci sono cose più importanti di cui parlare, quindi rivolge uno sguardo d’invito alla signora che si ritrova subito a pensare a quanto siano limpidi i suoi occhi, a quanto siano belle le sue ciglia dorate e anche al fatto che il suo viso abbia qualcosa di familiare.
“Ma ora ci sono cose più importanti di cui parlare” dice, e Sidonia è soddisfatta. “Lei consumerà i pasti con i bambini. Si occuperà della loro istruzione, tranne che per le lezioni di latino e di musica. Per quelle abbiamo degli insegnanti. Dormirà in una stanza che comunica con quelle dei bambini. Il suo giorno liberò sarà il giovedì. Mi dica pure se ci sono problemi, se desidera cambiare qualcosa.” Sidonia sorride e rassicura la signora. Va tutto benissimo. Non c’è davvero nulla fuori posto. Ci sono gli alberi d’arancio, nel giardino, i papaveri e i gigli. Sembra di essere al sud anche se il sole non sorride abbastanza. Sidonia vuole passeggiare tra le finte rovine, riposarsi sotto la statua dell’imperatore Augusto. Sidonia vuole sedersi sul muro di mattoni che circonda quel piccolo paradiso. Sidonia vuole sentire i grilli cantare dell’aiuola dei girasoli. Sidonia vuole dipingere il giardino, e il querceto, e anche le case del villaggio, che sembrano sbucate da un medioevo neppure troppo lontano secondo il suo modo di valutare il tempo.
“Lei sembra una persona a modo. Spero che possa instaurare un buon rapporto con i ragazzi.” La signora fa una pausa, poi sospira. “Devo dirle che non sarà facile, però. La bambina è adorabile, intelligente ed allegra. Il maggiore invece… la pregherei di essere molto dolce con John. È sempre così chiuso in se stesso, e la sua salute… Ultimamente ha iniziato a camminare nel sonno. Per questo le chiedo di essere vigile. Non riesco a immaginare cosa potrebbe accadergli se riuscisse a uscire di casa.”
“Stia tranquilla, signora. Lo proteggerò io” la rassicura Sidonia e la signora è così sorpresa dalla sua compostezza, dalla sua assenza di preoccupazione, che Sidonia promette a se stessa di offrire da oggi in poi delle reazioni emotive maggiori ai propri interlocutori.
“Bene.” La signora si ricompone immediatamente e ritrova la sua espressione affabile. “Credo che sia venuto il momento di farle conoscere i ragazzi.”
Isabelle è un fiore che vorrebbe sfuggire al proprio stelo. Sidonia vede in lei una natura selvaggia e ribelle. Sarebbe bello veder danzare Isabelle al chiaro di luna. Ma Sidonia sa che Isabelle tra dieci anni sposerà il figlio di un Lord e sarà una moglie impeccabile, quindi assapora la gioia di guardarla in quel momento di perfezione, mentre fa la riverenza, le gambe magre che si piegano sbucando dal vestitino rosa e i bellissimi riccioli rossi, brillanti come papaveri ricoperti dalla rugiada mattutina.
Per Isabelle guardare Sidonia è come afferrare il sole con le mani. Isabelle capisce di voler diventare come lei. Isabelle scopre per la prima volta che al mondo può esistere una donna più bella di sua madre. Isabelle ha scelto la sua prima vera amica.
A Sidonia piace Isabelle. Più tardi le dedicherà un po’ di tempo. Ma adesso lo sguardo di Sidonia cerca il principe aureo. John è pallido e delicato. Ha le mani sottili e la bocca seria. È biondo, John, di quel biondo caldo che Leonardo usava per i suoi angeli. La guarda, John, e non lascia trasparire un’emozione. Sidonia socchiude gli occhi e lascia che lui la osservi. Ha solo dodici anni, John. E non ha mai legato con i ragazzi della sua età. Tutto quello che sa della vita l’ha imparato dai libri. Ma riconosce quel dolore allo stomaco, quel solletico in gola, quel calore sulle guance. Si sente come Dante di fronte a Beatrice, John. Ha dodici anni e Sidonia è il suo primo amore.
John ha già visto Sidonia, anche se non era lei. Come in una brutta storia, come in un cattivo romanzo, è scontato che John abbia visto Sidonia in un dipinto. Se John avesse studiato abbastanza il proprio volto forse avrebbe notato che quel quadro, piccolo e dalle tinte vivaci, rappresenta anche lui. Ma John non ama guardarsi allo specchio. E il fatto che la Madonna con le spighe che si china verso il bambino assomigli a Sidonia gli sembra solo una coincidenza banale e di cattivo gusto, come in un racconto per signorine stupide.
Sua madre è allegra. Sua madre non vede Sidonia come la vede lui. Non vede la sua luce. Non vede la sua figura occupare quello spazio senza esserci davvero. John non sa ancora chi sia Sidonia. Ma sa che da grande la sposerà e pensa che forse è per quello che lei gli sembra un angelo. No, non un angelo, ma una fata, ma non di quelle che fanno smarrire i viandanti. Perché Sidonia non è malvagia. E quando sua madre annuncia “Bambini, lei è la signorina Sidonia Claire Wentworth ed è la vostra nuova governante. Salutatela, da bravi. E mi raccomando, comportatevi bene” John non si muove e neppure le sorride. Non le dice neppure buongiorno, mentre Isabelle si cimenta in una riverenza, neanche fosse una gran dama.
“Piacere di conoscerla, signorina” cinguetta Isabelle e la luce di Sidonia si fa calda.
“Il piacere è mio, Isabelle.”
John non si sorprende che Sidonia a lui non dica nulla. Nessuno dice mai nulla a John a parte la mamma. Perfino i suoi insegnanti si rivolgono a lui il meno possibile. Suo padre invece finge che lui sia normale. Ma John sa di non essere normale. No, John non si sorprende perché Sidonia non dice nulla. Si sorprende invece perché lei gli si avvicina, gli accarezza i capelli e gli sorride. E solo in quel momento si decide ad aprire bocca.
“Che cos’è quell’aria imbronciata, principe aureo? Qualunque cosa ti sia successa, la possiamo sistemare, lo sai? Intanto mi piacerebbe sentirti cantare.”
John cerca in fondo agli occhi di Sidonia. Assomigliano all’acqua limpida. È arrabbiato con sua madre. Non avrebbe dovuto dire a Sidonia che sa cantare. Ma non è arrabbiato con Sidonia. Canterà per lei ogni volta che lei vorrà. Ora la vede. La Madonna bionda è di fronte a lui. John ha paura e al tempo stesso è felice. Deve mostrare il dipinto a Sidonia. Deve mostrarglielo il più presto possibile.

Sidonia il secondo giorno ha visto l’aranceto, i gigli, i papaveri e le rovine, con l’arco e la statua dell’imperatore Augusto. Il terzo giorno ha visto il piccolo appezzamento coltivato a grano. Il quarto giorno si è spinta fino al limitare del bosco.
Le notti sono trascorse tranquille. Sidonia ha atteso che dalla stanza del principe aureo venisse un qualunque rumore. Ma il principe aureo ha dormito sonni tranquilli. A Sidonia dispiace che ancora non abbia cantato per lei.
Isabelle le corre incontro ridendo. Sidonia si ripara gli occhi dal sole chiedendosi se non sarebbe il caso di inserire quella figura allegra dai capelli rossi nel suo dipinto.
Il paesaggio è splendido. I pennelli e i colori lo replicano in modo imperfetto e selvaggio.
“Sidonia, guarda! Li ho raccolti per te!”
È bellissima, Isabelle, mentre le depone in grembo delle campanule bianche. Sidonia pensa per un attimo che quei fiori sarebbero stati molto più felici se fossero restati al loro posto. Ma Isabelle non può capire e in quel momento sembra talmente felice che Sidonia le sorride e la ringrazia.
Il principe aureo si avvicina a loro con il passo deciso dell’uomo di casa che deve sistemare una questione importante. A Sidonia non piace quell’atteggiamento. Sa che John dagli occhi tristi si sta sforzando di sembrare forte e che lo sta facendo per lei. Vorrebbe dirgli che non è necessario. Che lei sa.
“Isabelle, quante volte devo ripetertelo? Devi lasciare in pace Sidonia. Oggi è il suo giorno libero e tu continui a ronzarle intorno da questa mattina.”
Isabelle gli risponde con una boccaccia, poi corre via alla ricerca di nuovi fiori. Sidonia torna ad occuparsi della tela scegliendo il verde perfetto per dare vita al bosco in lontananza e chiedendosi se il principe aureo abbia intenzione di restarsene immobile a guardarla.
“Dimmi una cosa, John. Come mai tu e tua sorella non frequentate altri bambini? Non andate mai al villaggio?”
Il principe si muove. Non sembra dover fare uno sforzo per inginocchiarsi ai piedi di Sidonia e appoggiare la testa sulle sue gambe. Lui non lo sa ma quello è il gesto più naturale che potesse compiere. “Andiamo alla festa di Lughnasad di solito. Ma nostro padre preferisce farci fare vita sociale a Londra nei periodi che lui reputa giusti.”
Sidonia non dice nulla. Sidonia sa che John è infelice. John non vuole la nebbia di Londra. E John non vuole neppure restare in quel castello in cui la sua voce riecheggia senza che nessuno si degni di rispondere. Non che John non voglia bene a Isabelle. O a sua madre. Ma John ha bisogno di altro. “Hai un cappotto azzurro. E vesti sempre di viola. E i tuoi capelli sono dorati…” La voce del principe aureo si fa debole come se stesse per addormentarsi. Ma Sidonia sa che sta semplicemente sognando, allora posa il pennello per accarezzargli i capelli color miele, pensando che Lughnasad in fondo è vicina. “Tu assomigli davvero tanto alla Madonna di quel dipinto. Anche i tuoi colori sono gli stessi. L’ho visto l’estate scorsa in casa dei Cleardore. C’era un ragazzo in quel quadro, un ragazzo inginocchiato ai suoi piedi. Pregava e lei gli porgeva un chicco di grano. E io ho pensato subito che lui fosse davvero fortunato.”
Sidonia dovrebbe dirgli che il ragazzo non sa nemmeno cosa sia la fortuna, che la Storia della Priora parla del martirio di un fanciullo. Ma non le importa. Quello che conta è la via tracciata nel dipinto.
“Conosco quel quadro, John. Un albero carico di arance in alto a sinistra, come se quelle foglie e quei frutti li avessero impressi sulla tela Paolo Uccello o Botticelli. Un arco romano, una statua antica, in alto a destra, come a voler richiamare Piero della Francesca . E un muro di mattoni, e una scala che porta nel mondo reale. E spighe nella mano della Madonna. E fiori… ti ricordi dei fiori, John?”
Il principe aureo emette un sospiro affaticato. “Gigli… Papaveri pallidi come quelli del nostro giardino… girasoli. Anche noi abbiamo dei girasoli, Sidonia.”
La luce sta diventando rarefatta. Non si può più dipingere. Quel momento di sospensione sta per concludersi. “Domani visiteremo il giardino insieme, John. Ci spingeremo fino al bosco.”

A Isabelle piacciono le favole. Ma Isabelle non vuole che nelle storie che ascolta prima di dormire ci siano fanciulle bellissime che sposano principi. A Isabelle piace ascoltare di bambini coraggiosi che sconfiggono orchi crudeli con l’astuzia. Sidonia conosce ogni genere di fiaba e potrebbe continuare a raccontarne a Isabelle all’infinito. Invece in quei giorni ha scelto le migliori. Perché sa di non avere tempo.
Il principe aureo invece non ha bisogno di lei. Legge a lungo e poi si addormenta nel momento esatto in cui decide che così deve essere.
Sidonia apre gli occhi mentre da qualche parte nella casa un orologio rintocca. Non è mezzanotte. Nel mondo di Sidonia non succedono mai cose banali. Non c’è nulla di predestinato neppure nel fatto che la Madonna di Sir Edward le somigli. Ma questo non può ancora spiegarlo a John, John che cammina in cerchio nella stanza. Sidonia ascolta i suoi passi e sa che non è affatto sveglio. Ha paura, la signora. Paura che John si faccia male. Paura che John esca di casa.
Sidonia sa che il principe aureo sta solo cercando la via che ha smarrito e allora socchiude la porta della sua stanza.
“Vai” sussurra lasciando l’uscio aperto per lui. E John cammina per i corridoi silenziosi di quella grande casa mentre il mondo dorme. Sidonia sente la propria gente fremere nell’attesa.
“Non ancora” dice, e loro tacciono mentre il principe aureo si ferma davanti al portone sbarrato. Sidonia si avvicina alle sue spalle e si china per sussurrare nel suo orecchio. Non importa che lui, una volta destatosi, non ricorderà più le sue parole. Quello che conta è quel dolore che lo ha risvegliato.
John piange e si volta cercando gli occhi di Sidonia. Lei gli sorride come neppure sua madre ha mai fatto. “Che cos’ho, Sidonia? Sono davvero malato?”
Sidonia scuote la testa. Il principe ha bisogno di conforto. “Se fossi un medico, John, ti direi che un forte scompenso nervoso sta causando questi attacchi di sonnambulismo. Ma io non sono un medico, John, e ti dico che i tuoi occhi nel sonno vedono più di quello che gli altri riescono a cogliere da svegli.”
Lui non capisce. Non può. Ma Sidonia sa che una parte dei suoi pensieri ha colto il significato di quelle parole. È la luce che lo accompagna e, anche se lui non può vederla, è pur sempre l’elemento che gli permette di esistere. Sidonia si inginocchia di fronte a lui e gli appoggia le mani sulle spalle. “Non hai letto i Racconti di Canterbury, vero? Nella Storia della Priora, il fanciullo che tu hai visto in quel dipinto continua a cantare la propria devozione anche dopo essere stato ucciso. Vuoi cantare per me, John?”
Il principe aureo solleva gli occhi scrutando nel buio il salone vuoto “E se qualcuno si sveglia?”
Sidonia gli bacia una guancia. “Non si sveglierà nessuno, te lo prometto.”
Le guance del principe si tingono di un rosso vivo che neppure le ombre riescono a celare, poi le sue labbra si schiudono e la sua voce intona un canto dolce che neppure lui sapeva di conoscere. Sidonia chiude gli occhi sentendo l’armonia del mondo sfiorarla. Sapeva che la magia del principe aureo sarebbe stata in grado di riportare alla memoria di chi crede nello spirito della vita il ricordo di un’età felice, ma viverlo è meraviglioso anche per lei che è capace di trovare lo splendore in un singolo filo d’erba .
“Grazie” sussurra, e il principe aureo chiude gli occhi abbandonandosi ad un sonno profondo e tranquillo. Sidonia lo sostiene, poi lo solleva tra le braccia. Il principe aureo è leggero come una piuma o come il sospiro di una farfalla. Lei canta una ninnananna mentre lo porta nel suo letto, gli rimbocca le coperte e gli sfiora la fronte con le labbra.
“Presto… presto…” mormora pensando che giugno è quasi finito.

Il signore ha un’aria elegante, baffi grigi e curati, capelli radi e tenuti in ordine e un fisico asciutto. Quando Sidonia riesce a incontrarlo l’estate si è fatta afosa. Lui torna sempre a casa in quella stagione, quando non può più occuparsi dei suoi affari a Londra e la sua amante si concede una vacanza con la legittima famiglia.
Il suo ritorno per Isabelle è una festa. Grida “Papà!” abbandonando gli esercizi di ortografia che stanno impegnando lei e Sidonia da tutto il pomeriggio. Sidonia lascia che corra fuori dalla stanza. “John, vai a salutare tuo padre” dice al principe aureo che continua a tenere gli occhi incollati al libro di storia. “John…”
La testa bionda si solleva verso di lei. “Non ho finito il capitolo.”
Sidonia gli porge la mano, poi si alza insieme a lui. Sa che John vorrebbe scappare, che vuole bene a suo padre ma al tempo stesso teme il suo giudizio. “Non sei felice di vederlo, John?” gli chiede.
John la conduce gentilmente verso la porta. “Io sono felice solo quando sto con te.” Lo dice come se nulla fosse, eppure Sidonia sa che è la frase più sincera che gli abbia mai sentito pronunciare.
Il signore aspetta nel salone accanto a sua moglie, scherza con Isabelle, ride e le offre regali, poi si accorge di loro. “John, come stai? Vieni ad abbracciarmi.”
Sidonia sa che per la prima volta in vita sua è soddisfatto di suo figlio, del suo aspetto sano, della sua pelle abbronzata, piccoli cambiamenti dei quali John non si è neppure reso conto.
La signora si occupa del resto, di fare in modo che anche l’ultimo membro della famiglia, il più importante, la accolga. “William, lei è la signorina Sidonia Claire Wentworth. È la nuova istitutrice dei ragazzi. Loro la adorano e io sono molto soddisfatta del suo lavoro.”
Sidonia accenna un inchino. Sa che lui sta provando l’istinto di baciarle la mano, ma non può. Lei fa parte del personale di servizio. Non appartengono allo stesso mondo. E questo è vero più di quanto lui non immagini. “Signorina. È un piacere conoscerla.”
Sidonia lo ringrazia. Sono una bella famiglia. E lo saranno ancora dopo Lughnasad. Un po’ meno bella forse. Perché lo splendore del principe aureo verrà via con lei.

L’odore di legna che brucia in quella notte che li accompagna nel mese di agosto. Il profumo delle frittelle al miele e della carne alla brace. Il crepitio del fuoco del grande falò forte quasi quanto la musica ritmica che invita i presenti a unirsi alla danza sfrenata delle ragazze del villaggio che si muovono in cerchio intorno alle grandi fiamme vermiglie. Quel fuoco è simile ai capelli di Isabelle, che si limita a tenere il tempo battendo un piede, perché è pur sempre una signorina di buona famiglia e non ha il permesso di mescolarsi alla gente comune, anche se ne avrebbe davvero tanta voglia. Quel fuoco brilla sugli anelli nuziali dei signori che, seduti al posto d’onore, si tengono stretti come una coppia di giovani sposi. Quel fuoco brilla sulla catena dell’orologio da taschino di Paul, il maggiordomo, impettito e serio, in piedi accanto ai signori, che si chiede quando finirà quel divertimento così poco elegante e perché sia stato costretto a prendervi parte. E quel fuoco fa bruciare gli occhi di John e la figura di Sidonia per lui si fa sfocata e la gente sembra vestita in modo strano, come se appartenesse a un altro tempo.
Sidonia è bella come lo è sempre. Sidonia è più bella di quanto lo sia sempre. Sidonia non dice nulla eppure John sa che lo sta chiamando. Tutti osservano il fuoco. Tutti osservano la danza. Solo John guarda Sidonia. Sidonia che si allontana. Sidonia che lo osserva da sopra la spalla per essere certa che lui la stia seguendo. Sidonia che si lascia inghiottire dal buio del sentiero che conduce al castello, al giardino e al bosco dove i bambini non devono entrare.
Sidonia aveva un cappotto azzurro. Ora è un manto di seta. Sidonia ha i capelli sciolti. Sidonia cammina per un’eternità o forse per un attimo, ma non importa, perché lui continua a seguirla e nel giardino ora è giorno e lei si ferma e si volta sorridendo.
“Hai voglia di tornare a casa, John?” gli domanda e il cuore di John batte talmente forte da fargli male. Vorrebbe chiederle di parlargli di lei ma sa che non ce n’è bisogno. Sidonia è lì per raccontargli una storia. E sembra davvero antica fra quelle finte rovine. E sembra dolce come l’estate fra quegli alberi che regalano frutti succosi. E sembra bella come la primavera mentre papaveri, gigli e girasoli la circondano.
“Sai, John, una volta tutti vivevano secondo i ritmi del mondo, pregavano le foglie, il cielo e la terra in pace e le stagioni si inseguivano in armonia. Poi tutto è finito.”
John si asciuga gli occhi senza domandarsi da dove sia sbucata la veste bianca che si ritrova addosso.
“Ora noi viviamo altrove, in un posto che la gente comune non riesce a vedere. Ma a volte, solo a volte, concediamo quella che viene chiamata la benedizione delle fate.” Una breve pausa, solo perché la sua attenzione si faccia più acuta. “Ci sono bambini che nascono con la nostra luce dentro. Sono infelici perché sanno, in qualche modo, che questo mondo non è il loro. E noi li cerchiamo, li cerchiamo ancora, li cerchiamo per condurli a casa. Alcuni di loro diventano adulti, John, e per loro è troppo tardi. Ma non sempre perdono la loro luce. Sono loro a guidarci, sai? Perché restano comunque delle persone speciali. Sai in quale modo, John?”
Lui scuote la testa mentre la sua anima comincia a scalpitare. Solleva lo sguardo verso il cielo e scopre un cappello di stelle nonostante quel giorno fatato.
“Loro ci insegnano quale strada percorrere. Disegnano il luogo in cui la luce sopita ci aspetta. O raccontano di quel futuro incontro. Tu hai visto quel sentiero tracciato, John, celato in un dipinto. È una storia che va avanti da sempre. Un mosaico con una scena bucolica. Un bosco con una dea ricoperta di fiori, un giovane che scaccia le nubi e il vento bramoso che abbranca una fanciulla. Non hai idea di quanti bambini come te abbiamo salvato, John. E adesso è il tuo momento.” Sidonia si guarda intorno come se cercasse qualcosa. “Osserva, John. Lo vedi? Il Racconto della Priora. Gli alberi d’arancio. Le rovine. Il muro di mattoni. I girasoli, i gigli, i papaveri. Tutto è perfetto. E al centro noi due. Ma solo se vorrai, principe aureo, il più speciale tra i fanciulli benedetti.”
John ha paura ma al tempo stesso sa che non può esitare, che quella che Sidonia gli offre è l’unica strada. Ma è pur sempre un bambino. “Non vedrò più mamma, papà e Isabelle, vero?” Sidonia scuote la testa dolcemente. “E soffriranno?” John non vorrebbe singhiozzare. Non vorrebbe proprio. “No, John. Il dono delle fate non è mai crudele.”
John vorrebbe chiedere come sarà possibile. Sidonia forse un giorno glielo spiegherà. Ma quel posto è sbagliato. Non è casa sua. Non lo è mai stata. Sidonia starà con lui per sempre. Il primo amore per una volta sarà quello vero. Non esita più, John, ma si inginocchia di fronte a lei senza riuscire a staccare gli occhi dalle spighe che lei tiene tra le dita.
“Vuoi, John?”
“Sì” sussurra lui. Il principe aureo socchiude le labbra. Lei gli offre un chicco di grano e lui lo ingoia sapendo che chi mangia il cibo delle fate non potrà più lasciare il loro mondo. Quel chicco è dolce e John ora vede perfettamente. Vede le lucciole danzare per lui. Vede gli spiriti occhieggiare tra gli alberi e vede il mondo che lo sta aspettando e che già lo accoglie.
Tutto a posto, ora. Sidonia lo tiene per mano lungo il sentiero che splende come un raggio di luna e se lui accenna ad esitare lei gli offre un altro chicco di grano. Ma il principe aureo non ha più nostalgia. Sidonia ha portato via qualcosa che non è mai appartenuta al mondo che stanno abbandonando. Ma ha lasciato intatto tutto il resto, come è giusto. Il principe non è triste al pensiero che qualcun altro ora occupi il suo posto. Era lui l’intruso. E in fondo, fuori dal bosco, fuori dal mondo fatato non è cambiato nulla. Gli occhi del principe aureo si riempiono dell’incanto delle luci danzanti che fluttuano intorno a lui. Le orecchie del principe si deliziano al suono del canto che le fate gli stanno dedicando. Il cuore del principe aureo trabocca di gioia quando Sidonia sussurra un semplice, preziosissimo, infinito “Bentornato a casa.”

Da tre ore John è scomparso. Non c’è più traccia di lui. La signora piange, il signore cammina nervosamente su e giù per l’ufficio del sindaco. Solo la signorina Isabelle sembra tranquilla. Paul è d’accordo con lei. Si tratta di un tipo di marachella che il signorino John combina spesso. È un ragazzino che non sa cosa sia la disciplina.
Paul porge un bicchiere d’acqua all’istitutrice dei bambini. “L’ho perso di vista solo un attimo… Solo un attimo…” continua a ripetere.
A Paul, Claire Wentworth piace. Ha un’aria seria, un aspetto modesto e niente grilli per la testa. Ha passato indenne l’età da marito grazie alla sua aria severa e scontrosa. È lì da pochi mesi, arrivata in un mattino di pioggia, grigio come lei. Ma è già riuscita a raddrizzare Isabelle. Con John il lavoro sarà più difficile. E il fatto che avesse sconsigliato ai signori, purtroppo inascoltata, di partecipare a quella festa di contadini è un’altra delle cose che la fa apprezzare a Paul. Ovviamente i bambini non la pensano come lui, ma loro non hanno l’esperienza per capire certe cose, ed è normale che mal digeriscano un’istitutrice così severa. Paul si ritrova a pensare che potrebbe addirittura sposarla.
“John!” grida la signora mentre il signorino fuggiasco viene condotto nella stanza da una guardia solerte.
“Che c’è?” chiede tranquillamente John leccandosi le dita. Nella mano sinistra tiene bene stretto, come se temesse che qualcuno glielo porti via, un cartoccio di cialde al cioccolato. Non c‘è da stupirsi che abbia sempre quell’aria unticcia e sia perennemente sovrappeso.
“Dove sei stato, cretino?” domanda la signorina Isabelle e Claire Wentworth le riserva una fredda occhiata di rimprovero.
“A mangiare in santa pace, cretina tu!” ribatte John.
Sì, potrebbe sposare davvero Claire Wentworth. Ma adesso, mente la signora sospira di sollievo, Paul sa solo che finalmente potranno tornare al castello e andarsene a letto.

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Appendice:

Quattro chiacchiere su Sidonia

To me she cam, and bad me for to singe
This antem verraily in my deyinge,
As ye han herd, and, whan that I had songe,
Me thoughte, she leyde a greyn up-on my tonge.


(Geoffrey Chaucher, The Canterbury Tales)


Il nome l’ha scelto una persona speciale, istintivamente, perché ricordava di averlo letto in un’antologia scolastica. Ma non ricordava l’autore né il titolo della storia.
Ho fatto solo oggi una scoperta sconcertante. Sir Edward Burne-Jones, in due dei suoi primissimi lavori ha ritratto due personaggi di un romanzo di Wilhelm Meinhold, e i loro nomi erano Sidonia von Bork e Clara von Bork. Inutile dire che questa notizia mi ha fatto venire i brividi.
La fonte è l’Herald Tribune:

http://www.iht.com/articles/1998/06/20/burne.t.php

Dalle ricerche che ho fatto è saltato fuori che questa Sidonia

http://www02.unibg.it/~medusa/index.php?pag=Immagine&f=info&id=66&source=img

era una femme fatale cinquecentesca condannata a morte per stregoneria.
Ho trovato il ritratto di Clara von Bork

http://www.artchive.com/artchive/b/burne-jones/burne-jones_clara.jpg

ma nessuna informazione sul personaggio. Sarò grata a chiunque sarà in grado di dissipare un po’ di nebbia. A superare lo shock, invece, temo che dovrò pensarci da sola.

A sfida già iniziata mi sono resa conto dell’assonanza del nome della protagonista con Sidhe, ossia ‘fata’ in gaelico. I casi della vita o un’altra piccola magia?

Il dipinto di sir Edward Burne Jones è attualmente conservato al Delaware Art Museum.

Per questo racconto mi sono ispirata, mescolandole insieme, a due tradizioni legate al mondo fatato, quella dei ‘Bambini Rubati’ e quella della ‘Mixed Blessing’.
Per quanto riguarda la prima, nella corpus mitico e culturale di origine celtica (e non solo) si crede che i folletti maligni possano rapire dalla loro culla dei neonati particolarmente belli e sostituirli con altri della loro razza, quasi sempre di aspetto bizzarro e dotati di ‘doni’ particolari.
Il caso più celebre di ‘Mixed Blessing’ è invece quello presente nella fiaba de ‘La Bella Addormentata nel Bosco’ con le tre fate madrine che lasciano alla principessa Aurora neonata il dono della bellezza, il dono del canto e un mezzo per scogliere la maledizione lanciata di lei dalla strega.

L’altro dipinto a cui Sidonia fa riferimento nel finale è ‘La Primavera’ di Sandro Botticelli (ma questa era palese…).

Glastonbury, la località dalla quale Sidonia dice di provenire è arcinota in quanto considerata l’antica Avalon.

La festa di Lughnasad viene celebrata tra il 30 Luglio e l’1 Agosto.

So benissimo che è piuttosto improbabile che una famiglia aristocratica vada ad una festa paesana in compagnia di un maggiordomo, ma per il finale avevo bisogno che Paul fosse lì. Concedetemi questa piccola (?) licenza.

Ho scelto la ripetizione ossessiva del nome dell’eroina per farle prendere possesso immediatamente del castello, dei suoi abitanti e della storia. Una scelta ardita, lo so, ma se non avessi avuto un limite di parole ne avrei fatto un uso ancora più smodato.

Il finale è volutamente ambiguo. Alcune persone l’hanno afferrato immediatamente, altre mi hanno chiesto di aggiungere dei dettagli esplicativi. Ci ho riflettuto e ho deciso di lasciare la storia così perché ognuno possa credere quello che desidera. Che John non si mai esistito o che Sidonia l’abbia portato via. Che il nuovo bambino sia proprio John senza più la sua luce oppure l’unico John che ha ripreso il suo posto usurpato dal Principe Aureo. O forse semplicemente che il suo momento magico sia finito e quella che se n’è andata è l’infanzia e l’ombra di un sogno che assomigliava ad una fata ma che è esistito solo nella sua testa e nei suoi occhi.

A voi la scelta. Io ho un’idea molto chiara in proposito ma la terrò per me.
Almeno fino a quando non deciderò che questo racconto merita un seguito.
Un ringraziamento speciale va a Sinclair per il beta-reading e a tutti coloro che hanno votato o comunque apprezzato questo racconto.